C’è una terrazza nascosta nel centro di Roma, a due passi da Piazza Argentina, dove il tramonto si colora di lime, tequila e vino al cocomero. Siamo da Hey Güey, sul rooftop del Chapter Hotel, nel cuore del Rione Regola, lì dove lo sguardo scivola ad angolo giro sui tetti della città. Sotto un cielo che cambia tinte, con i bicchieri ricolmi di twist messicani, abbiamo brindato all’ultimo tramonto della stagione: una di quelle sere che sanno di aria fresca e chiacchiere senza direzione. È stata un’estate ricca di novità per Hey Güey, che ha visto l’arrivo di Alessandro Gosti, bartender romano con un passato brillante a Londra e un approccio che mescola tecnica, visione e memoria.

«A Londra ho potuto sperimentare, creare menù atipici e stravaganti. Qui il tema messicano è più marcato, ma cerco di sporcarlo con qualcosa di personale, di romano». E così nascono cocktail che si muovono tra due mondi: da un lato le spezie, la tequila, il lime; dall’altro i ricordi notturni della capitale, i “cocomerari” in tangenziale, il prosciutto e melone d’agosto. L’idea dietro ai nuovi cocktail è ben precisa — il Messico al centro — ma non per questo si astiene dal gioco. Il risultato è una drink list che prende i classici e li trasforma: ogni cocktail ha un piccolo guizzo che lo rende diverso da ciò che ci si aspetta.

Drink con doppio passaporto
Uno dei drink simbolo è il Carmelita, un twist del Margarita che rinuncia al triple sec per sostituirlo con un liquore fatto in casa, a base di vino fortificato con spezie e anguria. Il risultato? Un sorso più estivo, leggermente vinoso, in cui l’agrume viene smussato e il cocomero diventa protagonista. «Il cocomero è l’estate romana — dice Gosti — lo trovi ovunque, di notte, sulla Prenestina, nei chioschi improvvisati. È un ricordo condiviso». Il Carmelita, in questo senso, è la sintesi perfetta della terrazza: messicana nella struttura, romana nell’anima. C’è poi il Bramble or Not, il drink più rappresentativo del percorso personale di Gosti. Lo porta con sé da dieci anni, e ogni volta si rivela vincente. Qui lo serve in coppetta, senza ghiaccio, in un twist estetico e gustativo che rompe gli schemi dell’originale Bramble (classicamente gin, succo di limone e liquore alle more). «Ricorda una forest cake — ci racconta — ma il drink, più secco, attraversando la spuma, si bilancia. I colori cambiano, ma i sapori no». È un’operazione di mimesi sensoriale: la forma inganna, il gusto rassicura.

La carta continua a giocare su questa doppia identità Messico-Roma. Il Jamon y Melon è una dichiarazione d’intenti: il più classico degli antipasti estivi (prosciutto e melone) viene distillato, letteralmente. Rum infuso con prosciutto e distillato di melone, un abbinamento che spiazza ma che funziona, perché riporta tutto all’estate romana, anche quando l’ingrediente arriva da lontano. E poi c’è il Paloma, il cocktail più bevuto in Messico: qui diventa Altar del Fuego e al suono di “Hey Güey” — classico modo messicano di chiamarsi tra complici — ti invita a restare.
Il rifugio urbano di cui abbiamo bisogno
La terrazza è informale, viva, attraversata da una leggerezza studiata: i cocktail non cercano l’effetto speciale, ma l’intesa sottile tra stile e racconto. È un rifugio — come la drink list stessa — pensato per l’estate: l’estate che sa di cocomero alle due di notte, di aria che cambia appena il sole scende, di conversazioni che iniziano con “hey” e finiscono senza un vero punto. La musica in sottofondo c’è, ma non invade. Lo stile non è ostentato. Quel genere di posto dove si arriva per un drink al volo e si finisce per fare chiusura, tra amici, con la luce negli occhi e la città ai piedi. Intanto, ogni sorso è un richiamo a terre lontane ma con lo sguardo ben fisso sulla nostra Roma; con il sale ancora sulle labbra e la sensazione che, dall’alto, tutto di veda e si beva meglio.
