Dicembre 14, 2025

Tabarro: vent’anni di storie, vino e ritorni

Articolo di Luisa Cortese

Nel 2005 l’Italia non aveva ancora vinto i Mondiali, i social non ci dettavano il tempo e Parma aveva un passo più lento, più analogico, quasi timido nel farsi strada nel mondo. Era un periodo in cui si mandavano SMS per darsi appuntamento e il vino si sceglieva più con l’istinto che con l’algoritmo. È in quell’anno — il 20 dicembre 2005 — che è nato Tabarro, da un’idea di Diego Sorba: per molti un maestro, per altri un visionario, per tutti “quello che insegna a bere bene e a guardare il mondo attraverso un bicchiere”.  A raccontarmelo è Alessandro, oggi oste del locale, che qui non ha trovato solo un lavoro ma un posto in cui stare bene. Mi parla di Diego con rispetto, affetto e quella gratitudine che hanno le persone a cui qualcuno ha insegnato qualcosa senza chiedere nulla in cambio.

L’aperitivo da Tabarro a Parma

Quando un locale diventa casa

Per Alessandro, arrivato a Parma da un’altra città, Tabarro è stato un approdo. «Qui ho imparato a bere — mi rivela — e soprattutto a sentirmi al mio posto». Un luogo dove il vino non è un esercizio tecnico, ma un linguaggio: si parla, si ascolta e soprattutto si condivide. Una comunità piccola e spontanea, fatta di ritorni e legami. E poi arriva Marco, inizialmente cliente. Lui viene da un mondo lontanissimo: numeri, economia, multinazionali. Una vita impeccabile sulla carta, ma che non gli somigliava più. Da Tabarro trova quello che gli mancava: una direzione. E scopre anche l’amore. Una ragazza entra nel locale, lui se ne innamora — è andata proprio così. Due mesi dopo lascia tutto e parte per Lima, in Perù. Poi  arriva il lockdown e rientra in Italia. Da Diego. 

Foto d’archivio

Passaggi di testimone

Diego, dopo quasi vent’anni intensi, sente il bisogno di rallentare e quando Marco rientra, si trovano e progettano, quindi la decisione nasce da sé: Marco rileva il locale e il 27 aprile 2023 Tabarro riapre in una nuova veste. «Stravolgerlo sarebbe stato un tradimento», dice Alessandro. Diego aveva tracciato una strada precisa: andava rispettata, non riscritta. Così Tabarro resta Tabarro, ma con qualcosa in più: una cucina che non fa da mangiare nel senso classico. Niente fornelli, niente piatti costruiti per impressionare. Solo idee, assemblaggi intelligenti, tecnica e sensibilità pensati da Mattia, con alle spalle l’enologia e l’ALMA — la scuola di cucina di Colorno, la più celebre in Italia —, che porta solidità e visione. Il team cresce: oggi sono in dieci, con ruoli chiari, una direzione condivisa e una serenità rara da trovare in questo settore.

Il mantello che protegge

Il nome nasce subito, quasi da solo. Il Tabarro è il mantello pesante della pianura padana: ripara dal freddo, avvolge, accompagna. È quello che stringi sulle spalle uscendo da un’osteria in pieno inverno, lasciando aperta la possibilità di un’ultima chiacchiera o un ultimo bicchiere. Da qui nasce anche l’uomo rappresentato nel logo: ispirato a Oreste, personaggio del film Novecento di Bertolucci, simbolo di chi attraversa i cambiamenti rimanendo fedele a sé stesso. Un riferimento che racconta benissimo lo spirito del locale: radicato, resistente, ma sempre capace di muoversi con grazia dentro lo scorrere del tempo. E poi c’è un dettaglio ironico: Il Tabarro è anche un’opera di Puccini. In una città devota a Verdi, sceglierlo è stato un gesto sottile, quasi provocatorio. Un modo per dire che qui la tradizione si rispetta, ma si può anche giocare con le sfumature.

il Prosciutto di Parma: un must dell’aperitivo

Vent’anni dopo

Vent’anni sono un traguardo importante. Per Tabarro, sono una promessa mantenuta. È cresciuto, è cambiato, ha attraversato vite, ritorni, partenze, stagioni. E oggi, mentre celebra questo anniversario, resta fedele a ciò che è sempre stato: un luogo dove si beve bene, si mangia anche col pensiero, si parla con il cuore. E dove, ogni volta, c’è una frase che accompagna chi esce e chi tornerà: «L’ultimo e poi vado».