Marzo 8, 2026

Siamo stati da Dry Milano: ecco come si mangia nella pizzeria più iconica della città

Articolo di Valeria Gorgos

La sera, via Solferino corre veloce. Tavoli pieni, conversazioni una sull’altra, quell’energia tipicamente milanese che ci ha fatto innamorare della città. In mezzo a questo movimento inarrestabile, Dry Milano resta un punto fermo nel tempo. La pizzeria & cocktail bar ha aperto nel 2013 e, pur avendo cambiato pelle negli anni, non ha mai perso la sua identità. È uno di quegli indirizzi sempre sulla bocca di tutti, una delle prime insegne che affiora alla mente quando qualcuno ci domanda “dove trovare a Milano un’ottima pizza, croccante e leggera?”. Dopo la prima visita, si torna sempre: per un appuntamento, per una cena tra amici, per un cocktail dopo il lavoro. Per molti è diventato un luogo abituale, quasi personale, uno spazio che si sceglie perché ci si sta bene per davvero.
Quando ha inaugurato, l’idea di mettere sullo stesso piano pizza e cocktail aveva il sapore di una sfida. Oggi quella formula è stata replicata da tante realtà, ma qui resta credibile perché non è mai stata solo un’operazione di immagine, ma qualcosa di veramente sentito. Nel tempo, Dry ha affinato il dialogo tra forno e bancone, lavorando sulla sostanza prima ancora che sul racconto. 

I magici cocktail di Dry Milano

Il cocktail bar

Il percorso comincia dal bar, anche fisicamente. Il grande bancone accoglie all’ingresso e definisce subito il tono della serata. Ci si può fermare per un drink veloce oppure restare a lungo, seguendo il ritmo del servizio e delle conversazioni che si accendono spontanee tra uno shaker e un calice.
Le luci sono basse ma distribuite con precisione. Tagli caldi scivolano sul legno e sui metalli, disegnando ombre morbide che danno profondità allo spazio. Il richiamo agli speakeasy americani è percepibile, ma senza manierismi e con un’eleganza sobria e contemporanea.
Al timone della miscelazione c’è Vincenzo Criscione, head bartender e anima tecnica del progetto. Il suo è un approccio misurato, rigoroso, costruito sulla conoscenza viscerale della materia prima e sull’equilibrio. La sua formazione affonda nella grande scuola della mixology contemporanea, ma quello che colpisce è la sua capacità di tradurre tecnica e studio in un linguaggio accessibile al grande pubblico.

Vincenzo Criscione

Criscione lavora molto sulla pulizia del sorso, sull’idea che un cocktail debba dialogare con il cibo senza sovrastarlo. È qui che Dry trova una delle sue chiavi di volta: non drink pensati per stupire in maniera superficiale, ma costruiti in relazione alla pizza. Acidità ponderate, note amare dosate con precisione, una gestione attenta delle componenti saline e aromatiche. La Clear Colada ne è un esempio: un omaggio personale che rilegge un classico tropicale in chiave trasparente e asciutta. Niente eccessi zuccherini, nessuna concessione all’effetto scenico. Solo equilibrio, tensione gustativa e una bevuta che accompagna il pasto con naturalezza.
Ogni cocktail arriva al tavolo con coerenza, come se fosse stato pensato esattamente per quel momento della serata. Per questo il consiglio è semplice: affidarsi. 

Le pizze di Lorenzo Sirabella

Dal 2018 il forno è nelle mani di Lorenzo Sirabella, pizzaiolo con alle spalle anni di formazione napoletana, che porta nel capoluogo lombardo una visione contemporanea. L’impasto, diretto con una piccola percentuale di biga e lunghe lievitazioni, dà vita a un disco ampio, sottile, con cornicione non eccessivo. La struttura è leggera, il morso netto, la digeribilità una conseguenza diretta della lavorazione eccellente.
Il menu include focacce lisce o farcite, pizze classiche e una sezione interamente dedicata alla Margherita, declinata in più versioni. Una scelta che racconta sicurezza delle proprie capacità, e insieme consapevolezza dei limiti: lavorare sulle varianti di un’icona significa esporsi, ma anche dimostrare maturità e, soprattutto, umiltà nell’approccio.
Le focacce meritano un capitolo a parte. Quella con vitello tonnato, polvere di capperi e sale Maldon è ormai un piccolo classico: fresca, sapida, costruita sull’equilibrio d’insieme. Con un French 75 accanto trova un contrappunto agrumato e vibrante che ne amplifica la leggerezza. Ne avremmo ordinata volentieri un’altra.
Tra le farcite spicca la Zingara con prosciutto, bufala, datterini arrosto e maionese al basilico. Qui l’equilibrio tra dolcezza del pomodoro, grassezza lattica e aromaticità del basilico è netto e leggibile. È una pizza che convince senza bisogno di effetti speciali, e che abbiamo trovato particolarmente centrata.

Zingara con prosciutto, bufala, datterini arrosto e maionese al basilico – foto di Valeria Gorgos

Poi la Margherita Affumicata: provola affumicata e pepe nero di Sarawak. È su una pizza così che si misura davvero una pizzeria. Al primo morso si percepisce subito l’equilibrio tra dolcezza del pomodoro e spinta aromatica del pepe. Nessuna sovrastruttura, nessuna ricerca di stupore fine a sé stesso. Ottima con un Hibiscus Margarita.
Tra le classiche, la Capricciosa – fiordilatte, datterini arrosto, prosciutto cotto alle erbe mediterranee, funghi saltati, polvere di olive, carciofi arrosto – lavora sulla stratificazione dei sapori senza perdere leggibilità e chiarezza. Ogni ingrediente mantiene un ruolo, e nessuno invade l’altro.

La Capricciosa – foto di Valeria Gorgos

Un luogo trasversale

La sala, profonda e sempre animata, racconta un’altra verità: Dry è un luogo trasversale. Clientela eterogenea, musica presente ma mai invasiva, un’energia costante che accompagna dall’aperitivo al dopo cena. Finita la pizza, ordinare un altro cocktail viene naturale: è parte del ritmo della serata.
Sulle divise dello staff compare una scritta: “Dry was here”. Non uno slogan, ma la dichiarazione di una visione. In questi anni il locale ha segnato un passaggio nella scena milanese, dimostrando che pizza e mixology possono dialogare con pari dignità. Dry non è solo un progetto imprenditoriale che ha anticipato le tendenze. È un indirizzo che ha saputo crescere insieme alla città in cui si inserisce, consolidando un’identità che, alla fine, non ha rivali. 

Una pizza senza rivali