La sera, via Solferino corre veloce. Tavoli pieni, conversazioni una sull’altra, quell’energia tipicamente milanese che ci ha fatto innamorare della città. In mezzo a questo movimento inarrestabile, Dry Milano resta un punto fermo nel tempo. La pizzeria & cocktail bar ha aperto nel 2013 e, pur avendo cambiato pelle negli anni, non ha mai perso la sua identità. È uno di quegli indirizzi sempre sulla bocca di tutti, una delle prime insegne che affiora alla mente quando qualcuno ci domanda “dove trovare a Milano un’ottima pizza, croccante e leggera?”. Dopo la prima visita, si torna sempre: per un appuntamento, per una cena tra amici, per un cocktail dopo il lavoro. Per molti è diventato un luogo abituale, quasi personale, uno spazio che si sceglie perché ci si sta bene per davvero.
Quando ha inaugurato, l’idea di mettere sullo stesso piano pizza e cocktail aveva il sapore di una sfida. Oggi quella formula è stata replicata da tante realtà, ma qui resta credibile perché non è mai stata solo un’operazione di immagine, ma qualcosa di veramente sentito. Nel tempo, Dry ha affinato il dialogo tra forno e bancone, lavorando sulla sostanza prima ancora che sul racconto.

Il cocktail bar
Il percorso comincia dal bar, anche fisicamente. Il grande bancone accoglie all’ingresso e definisce subito il tono della serata. Ci si può fermare per un drink veloce oppure restare a lungo, seguendo il ritmo del servizio e delle conversazioni che si accendono spontanee tra uno shaker e un calice.
Le luci sono basse ma distribuite con precisione. Tagli caldi scivolano sul legno e sui metalli, disegnando ombre morbide che danno profondità allo spazio. Il richiamo agli speakeasy americani è percepibile, ma senza manierismi e con un’eleganza sobria e contemporanea.
Al timone della miscelazione c’è Vincenzo Criscione, head bartender e anima tecnica del progetto. Il suo è un approccio misurato, rigoroso, costruito sulla conoscenza viscerale della materia prima e sull’equilibrio. La sua formazione affonda nella grande scuola della mixology contemporanea, ma quello che colpisce è la sua capacità di tradurre tecnica e studio in un linguaggio accessibile al grande pubblico.

Criscione lavora molto sulla pulizia del sorso, sull’idea che un cocktail debba dialogare con il cibo senza sovrastarlo. È qui che Dry trova una delle sue chiavi di volta: non drink pensati per stupire in maniera superficiale, ma costruiti in relazione alla pizza. Acidità ponderate, note amare dosate con precisione, una gestione attenta delle componenti saline e aromatiche. La Clear Colada ne è un esempio: un omaggio personale che rilegge un classico tropicale in chiave trasparente e asciutta. Niente eccessi zuccherini, nessuna concessione all’effetto scenico. Solo equilibrio, tensione gustativa e una bevuta che accompagna il pasto con naturalezza.
Ogni cocktail arriva al tavolo con coerenza, come se fosse stato pensato esattamente per quel momento della serata. Per questo il consiglio è semplice: affidarsi.
Le pizze di Lorenzo Sirabella
Dal 2018 il forno è nelle mani di Lorenzo Sirabella, pizzaiolo con alle spalle anni di formazione napoletana, che porta nel capoluogo lombardo una visione contemporanea. L’impasto, diretto con una piccola percentuale di biga e lunghe lievitazioni, dà vita a un disco ampio, sottile, con cornicione non eccessivo. La struttura è leggera, il morso netto, la digeribilità una conseguenza diretta della lavorazione eccellente.
Il menu include focacce lisce o farcite, pizze classiche e una sezione interamente dedicata alla Margherita, declinata in più versioni. Una scelta che racconta sicurezza delle proprie capacità, e insieme consapevolezza dei limiti: lavorare sulle varianti di un’icona significa esporsi, ma anche dimostrare maturità e, soprattutto, umiltà nell’approccio.
Le focacce meritano un capitolo a parte. Quella con vitello tonnato, polvere di capperi e sale Maldon è ormai un piccolo classico: fresca, sapida, costruita sull’equilibrio d’insieme. Con un French 75 accanto trova un contrappunto agrumato e vibrante che ne amplifica la leggerezza. Ne avremmo ordinata volentieri un’altra.
Tra le farcite spicca la Zingara con prosciutto, bufala, datterini arrosto e maionese al basilico. Qui l’equilibrio tra dolcezza del pomodoro, grassezza lattica e aromaticità del basilico è netto e leggibile. È una pizza che convince senza bisogno di effetti speciali, e che abbiamo trovato particolarmente centrata.

Poi la Margherita Affumicata: provola affumicata e pepe nero di Sarawak. È su una pizza così che si misura davvero una pizzeria. Al primo morso si percepisce subito l’equilibrio tra dolcezza del pomodoro e spinta aromatica del pepe. Nessuna sovrastruttura, nessuna ricerca di stupore fine a sé stesso. Ottima con un Hibiscus Margarita.
Tra le classiche, la Capricciosa – fiordilatte, datterini arrosto, prosciutto cotto alle erbe mediterranee, funghi saltati, polvere di olive, carciofi arrosto – lavora sulla stratificazione dei sapori senza perdere leggibilità e chiarezza. Ogni ingrediente mantiene un ruolo, e nessuno invade l’altro.

Un luogo trasversale
La sala, profonda e sempre animata, racconta un’altra verità: Dry è un luogo trasversale. Clientela eterogenea, musica presente ma mai invasiva, un’energia costante che accompagna dall’aperitivo al dopo cena. Finita la pizza, ordinare un altro cocktail viene naturale: è parte del ritmo della serata.
Sulle divise dello staff compare una scritta: “Dry was here”. Non uno slogan, ma la dichiarazione di una visione. In questi anni il locale ha segnato un passaggio nella scena milanese, dimostrando che pizza e mixology possono dialogare con pari dignità. Dry non è solo un progetto imprenditoriale che ha anticipato le tendenze. È un indirizzo che ha saputo crescere insieme alla città in cui si inserisce, consolidando un’identità che, alla fine, non ha rivali.
