Luglio 26, 2026

Se vale la pena lasciare Roma e cercare la provincia per un tavolo in questa trattoria?

Articolo di Lorenzo Papi e Carolina Pisello

Monterotondo Scalo è uno dei tentacoli con cui Roma si allunga verso la provincia. Un paesaggio fatto di arterie trafficate, attività produttive, palazzine e insegne che raccontano la quotidianità di un luogo vissuto. Qui il viaggio raramente nasce dalla curiosità turistica: si arriva per lavoro, per commissioni, per raggiungere qualcuno. Oppure per un tavolo. È proprio qui, lontano dalle cartoline e dai quartieri gastronomici più celebrati della capitale, che Trattoria della Fortuna continua a rappresentare un punto di riferimento da oltre ottant’anni. Un indirizzo che ha attraversato epoche, abitudini e generazioni, fino a diventare una meta capace di richiamare appassionati da tutta Roma e oltre.

Oggi il testimone è nelle mani della quarta generazione della famiglia. In cucina Francesca Gervasi ha riportato a casa l’esperienza maturata nell’alta ristorazione, scegliendo di investire il proprio percorso nel locale in cui è cresciuta. Una decisione che ha dato nuova profondità a una storia già solida: la memoria familiare continua a guidare ogni ricetta e l’identità della trattoria resta il cuore di un progetto che guarda avanti con la stessa naturalezza con cui custodisce il proprio passato. «La tecnica deve aiutare la tradizione, mai sostituirla. Ogni piatto deve conservare la sua identità, solo espresso nel modo migliore possibile», racconta.

Trattoria della Fortuna – foto di Lorenzo e Carolina

Una cucina familiare che guarda avanti

Da Trattoria della Fortuna la cucina è anche un punto d’incontro tra generazioni. Francesca guida i fornelli, mentre la madre continua a essere il volto della sala e dell’accoglienza. È anche questa continuità familiare ad aver accompagnato il ristorante fino a qui, mantenendo vivo quel rapporto di fiducia con una clientela che spesso si tramanda di padre in figlio.
Anche il resto della brigata è interamente al femminile, una scelta che Francesca rivendica con convinzione: «Ho sempre creduto che le donne potessero esprimere grande autorevolezza anche in un ambiente storicamente maschile come la cucina professionale».

Il menu cambia seguendo stagionalità e mercato, ma alcuni piatti rappresentano un patrimonio che sarebbe impensabile mettere da parte: «In carta ci sono sempre i grandi primi della tradizione romana. I nostri clienti sono cresciuti con quei sapori e tornano anche per ritrovarli. È un legame che non ci sentiamo di voler interrompere», racconta con ironia.
Intorno a questi pilastri prendono forma le proposte stagionali: ricette che attingono anche da altre tradizioni regionali e piatti che permettono alla cucina di esprimere una ricerca continua, senza perdere il dialogo con la propria identità.

Tramezzino alla veneziana – foto di Andrea Di Lorenzo

Dal ragù di vitello e cioccolato alle linguine al cacciucco, fino alla schiacciata fiorentina

Il percorso gastronomico inizia già dagli assaggi, dove emerge la capacità di Francesca di muoversi tra memoria e curiosità. Il Tramezzino alla veneziana è un piccolo manifesto: un classico nato lontano dal Lazio, reinterpretato con ingredienti familiari come prosciutto cotto affumicato, carciofo alla cafona e stracchino. La stessa idea ritorna nel Crostone di pane casareccio con ricotta di pecora, uva, fichi e miele in favo, dove pochi elementi raccontano la stagionalità.

Crostone casereccio – foto di Andrea Di Lorenzo

La Crocchetta di pollo e peperoni è la domenica estiva romana in un solo boccone. Tra gli antipasti, Terra-cina è forse il piatto che meglio racconta il pensiero della cucina: un involtino primavera reinterpretato attraverso la tradizione laziale, dove il ripieno diventa vignarola e la mousse di pecorino aggiunge profondità. Un incontro tra culture gastronomiche apparentemente lontane che trova equilibrio grazie alla conoscenza degli ingredienti.

Tra i primi, le Ruote Pazze con ragù di vitello speziato e cioccolato lavorano sulla profondità del condimento: il cioccolato aggiunge complessità aromatica senza diventare dominante. Un piatto che guarda alla tradizione dei grandi sughi italiani e la accompagna verso una lettura più personale. Le Linguine cotte nel ristretto di cacciucco con pane croccante raccontano invece la parte più tecnica del percorso: la pasta assorbe lentamente il concentrato di mare, costruendo intensità attraverso la cottura e il lavoro sul fondo. Il pane croccante richiama la tradizione del cacciucco e aggiunge consistenza.

Linguine cotte nel ristretto di cacciucco – foto di Lorenzo e Carolina

Come portata principale arriva uno dei piatti più rappresentativi della casa: la Sottilissima di lingua di vitella con tre salse — aioli, tonnata e verde. La lingua, spesso considerata un ingrediente difficile, qui diventa morbida, delicata, capace di cambiare carattere a ogni salsa.
Poi il Baccalà mantecato, servito in una coppa di peltro, evita l’eccesso di cremosità e mantiene una piacevole matericità. La mousse di ventricina introduce una sapidità più intensa, bilanciata dalla paprika che regala una sfumatura aromatica e una delicata piccantezza.

Baccalà mantecato – foto di Lorenzo e Carolina

La Pesca sciroppata con meringa all’italiana profumata alla lavanda chiude il percorso con freschezza e delicatezza. La Schiacciata fiorentina con crema chantilly e liquore all’amaretto aggiunge una nota più golosa, legata alla tradizione dolciaria italiana.

Una storia che merita di essere custodita

Luoghi come Trattoria della Fortuna rappresentano una parte preziosa della ristorazione italiana. Sono posti in cui una ricetta racconta una famiglia, un territorio e un modo di stare a tavola che appartiene alla nostra cultura. Realtà che meritano di essere preservate perché custodiscono una memoria gastronomica fatta di gesti, conoscenze e relazioni che attraversano generazioni. È proprio questo equilibrio tra familiarità e crescita il tratto più interessante di Trattoria della Fortuna: da una parte una storia iniziata oltre ottant’anni fa, dall’altra lo sguardo di una nuova generazione che ha scelto di investire su quel patrimonio, portandovi dentro esperienza, ricerca e una sensibilità contemporanea.

La forza sta nella capacità di tenere insieme questi universi: la memoria della trattoria di famiglia e la precisione di una cucina attuale; il quartiere e gli ospiti che arrivano da fuori; i piatti della tradizione romana e la voglia di esplorare nuovi percorsi. Il viaggio comincia forse proprio dal luogo in cui si trova, in quella parte di Roma che sfuma nella provincia e che spesso si attraversa senza fermarsi. Ma una volta seduti a tavola, il motivo per restare è tutto nel piatto — e nelle persone che continuano, giorno dopo giorno, a costruire questa storia.

Sottilissima di lingua di vitella – foto di Lorenzo e Carolina