Ogni riccio un capriccio. E il nostro, a Roma, è stato farci portare da Riccioli d’Oro, ristorante contemporaneo a Montesacro, per capire se quel nome da fiaba avesse davvero qualcosa da raccontare agli adulti.
Appena entrate ci siamo sentite a nostro agio. Non ci sono sale immacolate dove parlare sottovoce né menu costruiti per intimorire chi li legge. L’idea di Luca Ronzoni è quasi l’opposto. Dopo anni trascorsi nelle cucine di alcuni tra i ristoranti più importanti d’Italia e d’Europa, il cuoco ha deciso di costruire un progetto tutto suo. Per portare in tavola una nuova idea di ristorazione.
Il risultato è un ristorante che sembra il salotto di casa, dove la cucina resta tecnica ma perde rigidità.

Questo non è un ristorante come gli altri
Entrando da Riccioli d’Oro si ha la sensazione di essere in una casa vissuta. Tavoli di legno tutti diversi, credenze d’epoca, servizi di porcellana recuperati nel tempo e poltroncine vintage costruiscono un ambiente caldo, lontano dall’estetica minimalista che negli ultimi anni ha conquistato gran parte della ristorazione contemporanea.
Anche il nome va controcorrente. Riccioli d’Oro richiama la celebre fiaba e rafforza fin da subito l’idea di un luogo accogliente, familiare, semplice, dove sentirsi anche un po’ bambini nel riconnettersi ai ricordi dolci che lascia.
La stessa filosofia si ritrova nel servizio di sala: professionale ma spontaneo, attento senza essere impostato. Si percepisce fin da subito un forte senso di squadra, uno degli aspetti su cui Ronzoni insiste maggiormente quando racconta il progetto.

Ad essere signature qui è solo la stagione
Il menu cambia spesso e lascia grande spazio al mondo vegetale — circa il 60% dei piatti è vegetariano — e rifiuta l’idea del signature immutabile. Per Ronzoni un piatto deve seguire la stagione, proprio come fanno gli ingredienti. Per questo anche le sue creazioni più rappresentative cambiano durante l’anno. Restano fissi soltanto due piatti:
• l’Onion Ring alla francese
• il Tortello acqua e farina con fusaje e noce moscata, una personale reinterpretazione della lasagna.
Una scelta che racconta bene il modo di intendere la cucina: nessuna ricetta è intoccabile, tutto può evolvere.

Il menu degustazione al buio
Se c’è una proposta che rappresenta davvero il progetto è il menu degustazione al buio. L’idea è semplice: si comunicano eventuali allergie o ingredienti non graditi e poi ci si affida completamente alla cucina. Il percorso viene costruito sul momento con i piatti disponibili, lasciando spazio alla sorpresa.
Noi abbiamo scelto il percorso da nove portate, composto da cinque «mezze», tre «piene», un pre-dessert e il dolce finale. Le cinque mezze sono state la parte più sorprendente, la sezione che ci ha convinto di più: una scoperta continua, dove ogni piatto sorprende senza mai sembrare costruito. L’Onion Ring alla francese arriva al tavolo come un gigantesco anello di cipolla, ma al primo cucchiaio si scopre tutta la bontà dell’iconica zuppa di cipolle nascosta all’interno. Un piatto che gioca con l’apparenza e rappresenta bene la filosofia del cuoco.
Poi Pomodori, lenticchie e camomilla. La lenticchia croccante è un’idea semplice ma efficace: crea un contrasto sorprendente con la freschezza del pomodoro e le note floreali della camomilla. Un abbinamento che, leggendo il menu, non avremmo mai immaginato vincente.

Mentre per Peperone in brace, panna e vodka si parte da sapori familiari per arrivare a qualcosa di completamente nuovo. Il dettaglio che cambia tutto è la paprika ottenuta dalle bucce del peperone, che intensifica il gusto dell’ortaggio e dimostra come anche il recupero degli ingredienti possa diventare creatività. Ottimo anche il Crudo di manzo con pomodoro, uvetta e pinoli: il pomodoro, lavorato fino a ottenere una consistenza quasi fondente, ricopre la carne e richiama — in chiave contemporanea — i sapori di una pizzaiola; uvetta e pinoli aggiungono dolcezza e croccantezza.
Le tre portate piene
Calamarata con ciliegie, foglie di fico e Parmigiano di Bruna Alpina. Versione estiva di uno dei piatti simbolo del ristorante. Ciliegia e olio alle foglie di fico non sovrastano il Parmigiano: lo accompagnano, creando un equilibrio piacevole. Segue lo Spaghettone quadrato Mancini con pescatora dry e burro affumicato, che racconta il lato più sostenibile della cucina. La “pescatora dry” nasce dal recupero di molluschi, crostacei, tonno, anguilla e altri pesci, trasformati in una polvere intensa e saporita che valorizza ogni sfumatura della ricetta.

Dopo il Filetto di maiale con ceviche di lupini, passato alla brace e accompagnato dal suo fondo, arriva l’assaggio più sorprendente: il pre-dessert. Una macedonia completamente ripensata: frutta e verdure di stagione, sciroppi alla lavanda e allo zenzero, granita all’ibisco, kombucha ai fiori di ibisco e tè. Fresco, aromatico, divertente. Probabilmente il piatto più originale dell’intero percorso. Come dessert vero e proprio: Limoncello, cioccolato bianco e cocco. Per un finale pulito, elegante, ben calibrato.

Perché vale la pena venire qui
Riccioli d’Oro è uno di quei ristoranti che dimostrano come oggi la cucina d’autore non abbia più bisogno di essere distante per essere interessante. Luca Ronzoni ha preso tutto quello che ha imparato nelle grandi cucine e lo ha trasformato in qualcosa di personale: una ristorazione tecnica ma spontanea, creativa senza diventare autoreferenziale e capace di parlare anche a chi normalmente non sceglierebbe un ristorante raffinato. Qui non si viene per decifrare i piatti o per sentirsi in soggezione. Si viene per mangiare bene, divertirsi e lasciarsi sorprendere. E, almeno nel nostro caso, la sorpresa è arrivata a ogni portata.
