In via Ezio, nel quartiere Prati a Roma, ha aperto Campo – eat local, love season: una nuova osteria contemporanea che riporta al centro la cucina contadina, la stagionalità e la condivisione. Un progetto che, già dal nome, dichiara bene le sue intenzioni: qui si parte dal campo, dalla terra, per arrivare al piatto.
Entrando, la prima sensazione è quella di trovarsi catapultati in un luogo umile ed essenziale, pensato per accompagnare il racconto gastronomico senza troppi fronzoli. L’atmosfera, infatti, invita a rallentare e predispone alla convivialità informale. Complice l’ambiente accogliente e misurato.
La cucina è guidata dal cuoco Mattia Chendi, emiliano di famiglia ma romano di nascita e formazione, che dopo aver fatto esperienza in Italia e all’estero porta nella capitale una sensibilità tutta sua, fatta di sapori riconoscibili e rispetto per la materia prima. La sua è una proposta “emotiva”, che lavora sulla memoria personale e collettiva recuperando preparazioni quasi scomparse.
Il cuore del progetto? Restituire dignità e centralità alla verdura, con una sezione del menù interamente dedicata agli ortaggi: né antipasti né contorni, ma prodotti finalmente protagonisti. Un’idea che ci è piaciuta parecchio. Ecco com’è andata all’assaggio.

La nostra cena da Campo: cosa si mangia
La cena è iniziata con una tavola apparecchiata come un mosaico, ricca di piatti colorati che raccontano l’approccio “ecocentrico” del ristorante: zucca al forno con salvia, nocciole e mosto cotto; patate croccanti cotte al forno; puntarelle in salsa “pistacchietto”; carciofi in umido e funghi fritti con salsa verde. Piatti popolari e familiari, eseguiti con precisione ed equilibrio. Abbiamo apprezzato i giochi di consistenze e i twist di sapore: la morbidezza e la dolcezza della zucca con la croccantezza e la rotondità delle nocciole; i funghi fritti friabili all’esterno ma morbidi all’interno, capaci di sprigionare a ogni morso tutto il loro sapore.

Anche con l’arrivo delle preparazioni più sofisticate, la sensazione resta la stessa: ogni ingrediente è trattato con rispetto e intenzione. Le polpette di manzo al pomodoro e parmigiano meritano una menzione particolare. Al cuoco piacciono così: semplici e dall’aspetto casalingo, ed è proprio questa semplicità a renderle speciali. Il gusto è morbido, avvolgente, rassicurante: conquista per la sua autenticità.

Ma la vera scoperta sono state le alici “abbottonate”, fritte e ripiene di pecorino, guanciale e limone. Non le avevamo mai provate e sono diventate subito la piccola dipendenza della serata: una vera leccornia, con un gusto sorprendentemente bilanciato tra la sapidità del formaggio, la ricchezza del maiale e la freschezza dell’agrume.

Tra i piatti più interessanti, poi, spicca la tartare di rapa rossa marinata e fritta, servita con gel di aceto di lamponi, fonduta al conciato di San Vittore e nocciole tostate. Un piatto capace di sorprendere grazie alla varietà di sfumature e preparazioni applicate alla stessa verdura.

Il risotto zucca e castagne, invece, è stato come un caldo abbraccio in una giornata d’inverno: una vera coccola. Cremoso e avvolgente, trova equilibrio nella croccantezza delle castagne e nella misura delle proporzioni. Anche il finale resta perfettamente coerente con il progetto della cucina: la tarte tatin di mele è uno di quei dolci che riescono a mettere d’accordo memoria e tecnica, semplicità e sorpresa. Le mele sono sottilissime e delicatamente caramellate, racchiuse da una pasta brisée friabile che aggiunge struttura e profumo. Sopra, una quenelle di gelato alla vaniglia porta una nota fresca e cremosa.

Per fare tutto ci vuole un fiore
Uscendo da Campo Osteria si ha la sincera impressione di aver attraversato una cucina che non ha bisogno di dimostrare nulla. Qui tutto sembra partire da un principio primordiale, ma sempre più raro: lasciare che sia la materia prima a far parlare il piatto. La cucina di Mattia Chendi lavora proprio in questa direzione: non cerca la sorpresa a tutti i costi, ma costruisce un racconto fatto di ascolto delle stagioni, prodotti riconoscibili e gesti umani. È un approccio che guarda alla tradizione senza nostalgia, ma con la volontà di riportarne alla luce il significato e il valore storico.
Alla fine della cena, rimane una sensazione speciale: quella di un luogo in cui il cibo non è solo ricerca gastronomica, ma un mezzo per ristabilire un legame con la terra.
Il percorso è circolare, ed è sempre lo stesso: dal campo al piatto, e dal piatto alla memoria. Per fare tutto, alla fine, ci vuole un fiore…
