Maggio 4, 2026

Roma: c’è chi segue la corrente e chi decide di “Osare”

Articolo di Rebecca Ranghi

«In una città come Roma, dove nuovi ristoranti aprono di continuo, per farsi conoscere non basta più proporre una buona cucina con tecnica e ottima materia. Servono una direzione chiara, un’identità riconoscibile e un racconto coerente», racconta Davide Nasso, uno dei fondatori di Osare.

È da questa premessa che nasce il progetto: da un lato la cucina di Michele Giovannini, che lavora sulla contaminazione tra carne e pesce; dall’altro l’approccio “accessibile” dei fondatori, Nasso e Omar Staniscia, che vogliono rompere l’eccessiva rigidità della ristorazione d’alto livello.

Fin dall’ingresso si percepisce un’impostazione speciale: ambiente curato, luci soffuse, estetica contemporanea, ma senza formalismi. L’atmosfera è informale, rilassata, con un’energia giovane che si riflette anche nel servizio.

Durante la cena, sia i ragazzi di sala sia Giovannini passano più volte al tavolo per raccontare piatti e pensiero. Una cosa colpisce subito: la parola «semplice» ricorre spesso, anche quando ciò che arriva nel piatto è tutt’altro che semplice.  

È lì che abbiamo capito l’identità di Osare: un luogo dove ciò che altrove sarebbe un azzardo, diventa naturale.

Osare a Roma

L’esperienza di degustazione

La filosofia si riflette nel modo in cui viene pensata l’esperienza: piatti tecnici e complessi, ma inseriti in un contesto accogliente, mai distante. Anche il gesto più quotidiano — come fare la scarpetta, che a noi piace tantissimo — è incoraggiato.

Il percorso degustazione è costruito come un viaggio.
Si parte dal pane, interamente fatto in casa: focaccia alta, pane integrale e classico, accompagnati da un burro all’aringa affumicata servito a forma di conchiglia. Un dettaglio che anticipa la filosofia della cucina: cura estetica e profondità di gusto.

Il benvenuto è un pan brioche con maionese allo zenzero e mazzancolla: un boccone che introduce subito il tema della serata, tra dolcezza, intensità e una nota golosa.

Un risotto creativo della cucina di Osare

Carne e pesce: la contaminazione come linguaggio

La prima tappa è il coniglio ripieno con scampi, parmentier di patate ed erba cipollina. La dolcezza dello scampo bilancia la parte più grassa del coniglio glassato, mentre la patata ammorbidisce e lega.  

È una cucina che ragiona sulla masticazione, sulla progressione del boccone. Questo approccio si amplifica con le animelle servite con gambero rosso, carciofi e aglio nero. Presi singolarmente, gli elementi sembrano quasi disorientare; insieme, trovano un equilibrio sorprendente. È qui che si comprende davvero cosa intenda Giovannini per “boccone perfetto”.

Le animelle con gamberi rossi e aglio nero

Salumi di mare e di terra: l’assaggio-manifesto

Il passaggio dei salumi misti di mare e terra è forse quello che racconta meglio l’identità del ristorante. Per il lavoro su ogni singolo prodotto e sulla tecnica scelta per valorizzarlo.

La degustazione segue un ordine: prima il pesce, dal più delicato al più intenso, poi la carne.  
La parte marina include ricciola marinata con basilico e agrumi, ombrina alle erbe di montagna, tonno ai sei pepi e un sorprendente muggine lavorato come una coppietta romana, centrato e riconoscibile per chi conosce il riferimento.

Per la carne si mantiene lo stesso approccio: intensità, speziatura, coerenza.

I primi: contaminazione come forma mentis

Gli agnolotti di manzo e pollo, diversi anche nella forma, raccontano due identità distinte: da un lato il richiamo al pollo con le patate, dall’altro la purezza del manzo. Il ristretto di pesce e l’olio al prezzemolo introducono una rottura coerente con la filosofia del percorso, anche se il ristretto spinge sulla sapidità.

Agnolotti di manzo e pollo

I plin di astice sono tra i piatti più divertenti del menu. Parmigiano, barbabietola e aneto creano una struttura cremosa e avvolgente, quasi da panna, che richiama volutamente i tortellini alla panna — ma rielaborati in chiave contemporanea, anche grazie al fondo di astice. Il formato più ampio permette una farcia più presente, rendendo il piatto persistente e goloso.

Plin di astice

La faraona: un ritorno alla memoria

La faraona chiude la parte salata riportando il percorso su una dimensione più familiare.  
Viene servita in due preparazioni: il petto, nella versione più classica, e una faraona ripiena di mazzancolle, cotta al forno. Due interpretazioni che dialogano tra loro, mantenendo il filo conduttore della contaminazione mare-terra.  

Il cavolo in doppia consistenza aggiunge la parte vegetale, mentre il bergamotto fermentato introduce una nota fresca e aromatica che alleggerisce il piatto.

l dessert — spirale di crema di cipolla, croccante alle nocciole, miele, marchesa alla gianduia e gelato al parmigiano — è probabilmente il piatto più divisivo. Dolce e salato si alternano in una sorpresa continua. Non è un dolce classico, ma è coerente con il percorso: un finale che invita a interrogarsi di continuo.

Il dessert a base di cipolla e parmigiano

Osare costruisce un’esperienza che va oltre la singola portata. Il tema del viaggio non è solo narrativo: è concreto, nella progressione dei piatti, nella contaminazione continua tra carne e pesce, nella capacità di alternare sorpresa e riconoscibilità.

Un percorso pensato per chi cerca una cucina che osa davvero, e soprattutto che è ancora capace di lasciare una traccia.