C’è stato un tempo — non troppo lontano — in cui dire pizza e Champagne equivaleva a confessare un peccato gastronomico. Una cosa da snob annoiati o da amici che, dopo due calici, iniziano a dire “ma secondo me la pizza è un piatto fine dining”. Poi la pizza è cambiata, la percezione del vino anche. E, soprattutto, siamo cambiati noi consumatori.
Così un abbinamento che sembrava una provocazione è diventato una tendenza. Una tendenza che, vuoi o non vuoi, funziona. Perché le bollicine francesi hanno quella combinazione magica di freschezza, acidità e finezza aromatica che pulisce, sostiene, amplifica i sapori. E la pizza contemporanea — quella che lavora su impasti complessi, maturazioni, farciture pensate come piatti — ha iniziato a chiedere (anche) un compagno di viaggio diverso dalla solita birra ghiacciata.
CambiaMenti: dove l’abbinamento trova senso compiuto
In questo scenario entra in scena Ciccio Vitiello, uno dei pizzaioli che più ha contribuito a spostare la pizza dal “comfort food” al “piatto da percorso degustazione”. La sua pizzeria CambiaMenti, a Caserta, è uno di quei posti dove la pizza resta pizza — semplice, golosa, italiana — ma si permette di dialogare con il mondo dell’alta cucina.
Ed è proprio qui che l’abbinamento Champagne–pizza prende forma con una naturalezza sorprendente, grazie all’ingresso in carta delle etichette della maison Besserat de Bellefon, storica realtà della Champagne fondata nel 1843 a Épernay.

La Margherita: il test del fuoco
La Margherita è ancora oggi il mezzo più immediato per capire un pizzaiolo. E anche con le bollicine resta la pizza più capace di raccontare l’impasto, l’equilibrio, la mano. Nessun trucco: solo pomodoro, mozzarella, basilico, olio. E sì, funziona con lo Champagne (benissimo).
Se la Margherita è la tradizione, Persistenza è la voglia di spingere il linguaggio della pizza un po’ più avanti. Sapidità, note affumicate, richiami dolci: una costruzione articolata ma leggibile, che sorprende senza confondere.

Montanara Champion: doppia cottura, doppia felicità
Tra le nuove proposte, la Montanara Champion è una delle più convincenti. La doppia cottura crea un’alternanza irresistibile tra leggerezza e croccantezza, mentre il richiamo alla tradizione partenopea resta evidente. È una pizza che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. E lo Champagne, con la sua acidità, per un attimo la accompagna come se fosse nato per questo.

Nella pizza Filo Rosso il pomodoro è protagonista assoluto. Non una semplice pizza rossa, ma una riflessione sul pomodoro stesso. Consistenze e intensità diverse, un lavoro che mette in evidenza il rapporto sempre più stretto tra pizza, stagionalità e materia prima locale, a sottolineare come il cibo popolare stia diventando sempre di più un terreno di ricerca.
Innesto: la pizza che racconta la fase attuale di Vitiello
Probabilmente la creazione più rappresentativa del momento. Dolce, sapido, vegetale: un equilibrio non immediato ma coerente, che dimostra come un disco di pasta possa spingersi verso territori meno convenzionali senza perdere riconoscibilità. È l’assaggio che ci ha fatto capire che Ciccio Vitiello non segue le mode: le filtra, le studia, le sposa solo quando hanno senso.
Più che sulle singole ricette, l’interesse del percorso sta nella visione. La ricerca non è mai fine a sé stessa, né orientata alla provocazione. Tecniche moderne, impasti curati, materie prime selezionate: tutto serve a costruire una proposta personale ma accessibile, che mantiene la pizza così come la conosciamo al centro del racconto. Anche il dessert — un padellino con albicocca e cioccolato bianco — conferma la volontà di superare alcuni confini senza snaturare il formato.

E lo Champagne?
L’abbinamento con le etichette di Besserat de Bellefon può accompagnare il percorso con coerenza, senza snaturare la pizza o innalzarla ad alimento dalle troppe pretese. Per chi non è troppo ancorato alle tradizioni, rappresenta l’occasione per riflettere su una tendenza ormai consolidata: quella di una pizza contemporanea sempre più aperta al dialogo con il mondo del vino e delle grandi bollicine. Un confronto che, quando sostenuto da una proposta solida e con una direzione, riesce ad andare oltre la semplice curiosità e a raccontare l’evoluzione di uno dei prodotti più identitari della cucina italiana. Basta che ci sia qualità. E quella volontà, sempre più rara, di seguire le mode solo se hanno un perché.
