Il fenomeno Sandì non accenna a sgonfiarsi. Da mesi il ristorante milanese sembra aver catturato l’attenzione di testate e social, alimentando una curiosità crescente. Resta da capire se siamo davanti all’ennesima tendenza passeggera o a una realtà destinata a entrare stabilmente nell’identità gastronomica della città. Di certo, Sandì è un’insegna che sfida le consuetudini.
Il locale, tra le case di via Hayez, tra Porta Venezia e Città Studi, nasce dall’amore tra la cuoca Laura Santosuosso e il compagno e maître di sala Danny Mollica. Il nome celebra la loro unione e il Samedi (il sabato) francese, richiamato anche dall’atmosfera da bistrot d’Oltralpe che contraddistingue l’ambiente.
Notate bene: il ristorante è aperto solo a pranzo, dal lunedì al giovedì, con l’unica eccezione del servizio del venerdì sera. Una decisione controcorrente, pensata per restituire centralità alla vita privata della brigata e per nobilitare la pausa pranzo, troppo spesso ridotta a un consumo rapido e distratto. L’informale ricercatezza dell’offerta, unita a un rapporto qualità-prezzo competitivo, ha generato una lista d’attesa che mette alla prova anche i più pazienti.

L’identità visiva è completamente nuova. Sandì occupa gli spazi di un ex panificio degli anni Sessanta, caratterizzati da un rigore minimalista. A dominare la sala è un imponente bancone in granito verde che funge da cerniera tra gli ambienti. L’estetica è curata ma non eccessivamente formale: tovaglie bianche, fiori freschi e dettagli in ferro battuto evocano l’accoglienza dei bistrot parigini, mantenendo però una linearità contemporanea.
Tecnica francese, gusto italiano
La proposta gastronomica prende le distanze dalla classica “pausa volante”. Il menu, curato nei dettagli, cambia quotidianamente e riflette anche nelle grafiche l’identità visiva del locale. In apertura spicca la formula fissa — antipasto, piatto principale e dessert a 25 euro — che incarna una cucina concreta, dove la tecnica francese incontra la biodiversità italiana e suggestioni internazionali.

Il percorso inizia con un bignè al Parmigiano Reggiano: un boccone di benvenuto che sancisce subito lo sposalizio tra Italia e Francia, giocato sulle consistenze. Colpisce la cura dedicata ai vegetali, trattati come protagonisti e non come semplici contorni. È il caso del finocchio brasato con beurre blanc al Pernod, uova di aringa e insalata di pere; oppure della carota novella arrostita con XO vegetale, pomelo, foglie di senape e kefir doppia panna. Antipasti essenziali alla vista, resi dinamici dalla stratificazione di acidità, sapidità e note fermentate.

Il pane, caldo e fragrante, invita alla scarpetta, gesto casalingo che qui diventa quasi un rito. Impossibile resistere, ad esempio, alle cime di rapa alla brace con fagioli di Zollino, siero fermentato e peperone crusco.

Una spuma di polenta affumicata, servita con ristretto di scoglio alla marinara e agrumi, prepara il palato al dessert con un finale leggermente amaro e acido. Il dolce sorprende: un gelo di arancia rossa al pepe affumicato che farebbe impazzire i palermitani. Per chi preferisce chiudere con un prodotto caseario, c’è il Blu d’Arays con mosto cotto di fichi, un richiamo alla formazione transalpina della cuoca.
Non sorprende, quindi, la lunga attesa per un tavolo da Sandì. Il locale riesce a coniugare ricercatezza estetica, calore e una cucina d’autore chiara, originale e soprattutto accessibile. Una formula che, a Milano, raggiunge e conquista.