Ottobre 27, 2025

Noua, dove la Romania rinasce attraverso la gastronomia 

Articolo di Lorenzo Papi e Carolina Pisello

Bucarest è una città in trascrizione, che si sta riscrivendo sotto gli occhi di chi la attraversa. Lo fa in silenzio, senza proclami, ma con un’urgenza viscerale. Chi la conosce solo per sentito dire spesso si aspetta una capitale grigia, figlia del comunismo più rigido, segnata dalla malinconia e dall’abbandono. Ma Bucarest è molto di più, ed è soprattutto una città in mutamento: frammentata, viva, segnata da crepe da cui filtra luce di futuro.

Basta alzare lo sguardo per rendersene conto: mastodontici bloc sovietici, uniformi e severi, quasi brutali, convivono con palazzi liberty del primo Novecento — quando la capitale romena si guadagnava il soprannome di «piccola Parigi». Cupole scolpite, facciate floreali, ringhiere in ferro battuto raccontano un passato elegante e colto, incastonato però tra cemento armato, fili elettrici a vista e graffiti di protesta. In questa frizione tra mondi, tra nostalgia borghese e realismo socialista, rovine e rinascite, si costituisce oggi la nuova identità della città.

Nel giro di pochi anni, Bucarest ha cambiato pelle. L’onda della gentrificazione ha riempito ex quartieri operai di gallerie indipendenti, atelier, librerie d’autore. Ha trasformato case basse con giardini disordinati in cocktail bar dal design nordico: è il caso di Teoria, laboratorio alchemico nascosto dietro una porta anonima, dove l’alta mixology incontra la botanica e le atmosfere sembrano uscite da un sogno a sfondo rosso fluo, raccontato in romeno. Eppure, a differenza di altre capitali, qui il cambiamento non ha ancora omologato tutto. Esistono ancora tensione e vita vera. Sotto la patina nuova, pulsa un’identità profonda, a volte scomoda, ma briosa.

L’incontro con Noua

In questo panorama in evoluzione, si è aperto un varco per una nuova generazione di artisti, designer, cuochi e artigiani. Gente che ha studiato fuori, viaggiato, osservato, e poi deciso di tornare. Non per nostalgia, ma per ridare voce a una Romania che non fosse solo folklore da esportazione, né copia sbiadita di modelli francesi o italiani. Uno stato che potesse esprimersi con parole sue. Uno dei luoghi simbolo di questa rinascita lenta e silenziosa è il quartiere vicino al Parco Herăstrău. Un’area un tempo residenziale, elegante e discreta, oggi ibrida, sospesa tra ville neobrâncovenești, torri di vetro, e una nuova vitalità culturale. Qui, in mezzo a un reticolo di vie alberate, sorge il ristorante Noua. Da fuori non colpisce: una casa bassa, legno scuro, vetri opachi. Ma dentro, ecco che avviene la magia.

Noua

L’ambiente è caldo, materico, denso di suggestioni arcaiche. Rami intrecciati pendono dal soffitto come amuleti, la pelliccia grezza riveste le pareti come se ci si trovasse dentro a una tana protettiva, quasi preistorica. Il legno è ovunque: grezzo, vivo, segnato dal tempo. Le ceramiche sono scure, porose, sembrano modellate a mano e cotte in forni antichi. L’odore è quello della terra dopo la pioggia, del muschio, del fumo, delle radici. Nella sala al piano superiore, la cucina a vista raggiunge un altro livello di intimità: gli chef si muovono lenti, precisi, tra griglie e pentole in ghisa. Nessuna barriera, solo lavoro, concentrazione e fuoco vivo. È un laboratorio rituale, che si lascia osservare come si guarderebbe un artigiano scolpire il legno, o un violinista accordare il suono prima del concerto.

La cucina come nuovo linguaggio

Alex Petricean, mente e cuore di Noua, è tornato in Romania dopo anni di formazione internazionale, da Copenhagen a Barcellona, per costruire qualcosa che non esisteva. Ha preso i sapori dell’infanzia, i saperi orali delle nonne, i gesti dei pastori, dei raccoglitori, degli artigiani, e li ha tradotti in una lingua nuova, rigorosa, concreta. Il menù, che cambia di continuo, è un racconto che attraversa stagioni e paesaggi. Si comincia con piccole visioni: la pelle croccante del pollo farcita con mais e spezie, una finta noce che rivela, al morso, la carne di cervo; un cuore di cavolo fermentato che sa di nebbia e brace. Poi si entra nel vivo: brodi torbidi come pozioni, tuberi arrostiti con miele di bosco, croste, fermenti, erbe selvatiche.

La pelle croccante del pollo

La cucina si fa via via più profonda: fondi intensi che sanno di sottobosco, carni marinate e affumicate lentamente, sostanza, memoria e racconto. Una quenelle di polenta alla brace incontra una ricotta ghiacciata: il ricordo dei villaggi invernali. La tradizionale Ciorba de Burta diventa un sofisticato mosaico di pesce, in equilibrio tra acidità e piccantezza.

Ciorba de Burta

Arriva anche il maiale: un taglio spesso di Mangalica, razza antica e saporita, allevata allo stato brado, servito con una composta di albicocche fermentate che ne allunga la dolcezza in un’acidità profonda, terrosa, quasi tannica e affumicata. Un’intensità che non si dimentica.

Il maiale

Tra i dolci, l’elegante rielaborazione del papanasi (ciambella fritta tradizionale della Romania) abbandona la forma rustica per diventare essenziale: soffice, lattiginosa, accompagnata da panna acida e una colatura di frutti rossi fermentati, fresca e luminosa. Anche la bevuta segue la stessa logica: kombucha autoprodotta, sidri di montagna, distillati, e una selezione di vini naturali romeni da piccoli produttori.

Noua è una soglia discreta, che si apre su una Romania selvatica e sotterranea, che qui risale lentamente in superficie. Così, per una sera, il passato smette di essere un fardello e diventa una risorsa fertile e viva.