Dicembre 15, 2025

Luna a Roma: un nuovo modo di fare cena

Articolo di Chiara Poeta

La sera, in Via delle Quattro Fontane a Roma, accade qualcosa che non ha a che fare solo con l’orario: è un cambio di stato. Luna — caffè specialty nato come estensione del gruppo di Faro e della torrefazione Aliena — approda alla cena seguendo l’evoluzione naturale del suo cammino diurno: ciò che era pensato per la luce del giorno — le tazze rosse, la bakery dai profumi inebrianti, la città che scorre — diventa più profondo, più lento, più concentrato. L’idea di ospitalità che parte dalla materia e dalla relazione con chi la lavora, però, resta centrale, seppur nell’atmosfera più intima e silenziosa della sera.
L’ambiente è raccolto, quasi una piccola orbita in cui il tempo rallenta e si lascia attraversare. Entrarci di sera significa scoprire il locale in questa nuova forma: pochi tavoli, nessun formalismo, un’atmosfera che ha la naturalezza di una casa di giovani amici e la confidenza silenziosa in cui tutto è scelto con cura e niente vuole dimostrare nulla. Non c’è una messa in scena, solo essenzialità, che non è sottrazione estetica, ma un modo di lasciare parlare ciò che importa davvero.

Luna by Faro

Luna nasce così, come un ristorante ibrido e contemporaneo che accoglie la notte senza cambiare pelle, ma amplificando ciò che già era: una cucina costruita su stagionalità reale, attenzione al vegetale e materie prime selezionate.
Al centro di questo nuovo capitolo c’è la cucina di Lello Santucci, che ha una mano che potremmo definire “agricola” nel senso più contemporaneo del termine: una cucina fatta di franchezza, ingredienti riconoscibili, lavorazioni che non cercano scorciatoie né effetti speciali, ma una chiarezza di sapore che si costruisce con precisione.
Il lavoro sulla materia è evidente, mentre sulla decorazione quasi assente, in un dialogo con la stagionalità vissuta come orientamento e non come limite. La “povertà” degli ingredienti non viene temuta ma anzi diventa spunto di riflessione su cui i piatti vengono costruiti.
Il menù non è ampio e non vuole esserlo: è calibrato, logico, quasi narrativo nel suo ordine.
La Fregola sarda con ragù di salsiccia di fegato e finocchietto apre la cena come una dichiarazione di identità. Più che un primo piatto, è un incontro tra densità e aromaticità: la componente ematica della salsiccia viene alleggerita dal finocchietto, che apre il profumo e dà ritmo alla masticazione. È un piatto che lavora sulla materia senza indulgere in tecnicismi, che affonda le radici nella tradizione ma la restituisce con pulizia.

Fregola sarda con ragù di salsiccia di fegato e finocchietto – foto di Chiara Poeta

I Mezzi ziti alla genovese hanno un carattere diverso: qui la tecnica è più evidente, ma sempre al servizio del gusto. La cipolla di Montoro diventa crema, struttura e sostanza, mentre lo zafferano porta un bagliore aromatico che non invade ma solleva. Si tratta di una ricetta iconica, riscritta in un lessico più attuale: asciutto, elegante e ben definito.

Mezzi ziti alla genovese – foto di Chiara Poeta

L’Agnello — per noi quasi sublime — è forse il piatto che meglio racconta la mano dello chef. La carne è trattata con un rispetto che si percepisce al taglio e all’olfatto, accompagnata da un hummus di carote che unisce dolcezza e terra. Lo scalogno arrotonda, il fondo bruno chiude. Una portata che non ha bisogno di stratagemmi né di sovrastrutture: funziona perché parte da ingredienti “puliti” e li conduce verso un equilibrio d’insieme.

Lo strepitoso agnello di Luna – foto di Chiara Poeta

Il Calamaro segue un’altra direzione, quella dell’essenzialità. Pochi elementi, nessun tentativo di trasformazione estrema: è la qualità del prodotto a parlare, come a voler lasciar respirare gli ingredienti. Le Puntarelle con alici, invece, riportano la cucina nella città che la ospita: Roma che si manifesta attraverso una materia nuda, diretta, trattata con rispetto ma senza timore di lasciarle il suo carattere forte.

Puntarelle con alici – foto di Chiara Poeta

Memorabile la Cheesecake basca: scultorea, imponente, a tratti intimidatoria. La tostatura esterna incontra una cremosità interna calibrata con attenzione. E se alla vista stupisce, all’assaggio rassicura: un ritorno alla memoria filtrato dalla tecnica.

Cheesecake basca – foto di Chiara Poeta

Da Luna si ha l’impressione che dietro ogni piatto ci siano pensieri ma non complicazioni, idee di contemporaneità ma senza la tensione a cercare il nuovo ad ogni costo. È una cucina che sembra voler ricordare — in modo silenzioso ma deciso — che non tutto ciò che è moderno deve essere sofisticato, e non tutto ciò che è semplice è facile.
La semplicità allora diventa ambizione e la delicatezza un mezzo, per prendersi cura sia dell’ingrediente che del commensale. Se quindi l’impressione è quella di un posto giovane e fresco, dietro cela un pensiero adulto ed estremamente lucido.
Attraverso un menù umile ma dai connotati netti, Luna vuole riportare il concetto di cena ad atto di presenza. Il cibo smette di essere un passaggio e torna a essere linguaggio: un dialogo con chi ha coltivato, cucinato e immaginato quel piatto. Una forma di orientamento, come dice la brigata stessa, in un tempo che sembra scorrere troppo veloce per essere abitato davvero.
Lo scopo non è intrattenerci, ma farci fermare. È un modo diverso di stare nel mondo, coerente con la filosofia di Faro e Aliena, che hanno sempre concepito il cibo e il caffè come strumenti culturali, non commerciali.
E così Luna diventa ciò che metaforicamente promette: un luogo che orienta, che restituisce un senso, che amplia il presente.
Non sappiamo dove condurrà questa rotta, ma sappiamo da dove nasce: dalla convinzione che la cucina, quando è fatta bene, non parla solo allo stomaco.