Novembre 13, 2025

Holmen: l’eco delle Lofoten in cucina

Articolo di Lorenzo Papi e Carolina Pisello

Al sessantottesimo parallelo nord, il mondo non obbedisce più alle leggi a cui siamo abituati. È una latitudine estrema, sospesa tra luce e buio, che vive di contrasti magnetici. L’inverno cala come una cortina definitiva: settimane, o mesi, senza che il sole faccia capolino oltre l’orizzonte. L’oscurità avvolge tutto, e la vita si misura in riflessi che fanno capolino nel ghiaccio, nelle lame di luce delle aurore boreali, nel silenzio. È un tempo disteso, quasi meditativo, in cui la vita sembra trattenere il respiro. Eppure, quando l’asse della Terra si inclina e la stagione cambia, accade il miracolo. L’estate porta con sé una luce che inonda fiordi e vallate, trasformando le montagne in sculture dorate, come cattedrali di roccia. Ecco che le giornate si dilatano, fino a farci confondere sul senso del tempo. Il sole resta sospeso sull’orizzonte, e l’energia che sprigiona sembra contagiare ogni cosa: il mare scintilla, i prati si riempiono di erbe spontanee, il vento sembra cambiare volto.

È una terra che vive di opposti: buio e luce, gelo e vita. L’essere umano, qui, si piega al ritmo delle stagioni, lasciandosi modellare e cullare da una natura che domina incontrastata su tutto e tutti. Ed è proprio in questo scenario, in questo equilibrio fragile e primordiale, che si trovano le isole Lofoten: un arcipelago scolpito nella roccia e nell’acqua, dove le montagne si tuffano a picco nell’oceano con le loro pareti scure e imponenti, mentre i fiordi si insinuano silenziosi. Ogni orizzonte sembra infinito: il mare riflette il cielo in un gioco continuo di specchi, gli odori di sale e alghe si mescolano al profumo delle erbe selvatiche che crescono tra le rocce, il vento corre libero senza ostacoli, portando con sé l’eco dell’Artico. E intorno, la vita pulsa: le balene solcano le acque prima della migrazione, stormi di gabbiani accompagnano i pescherecci, le pecore punteggiano i prati diventando parte del paesaggio stesso. È un mondo che avvolge e costringe a sentirsi parte della sua immensità.

Isole Lofoten – foto di Lorenzo e Carolina

Holmen: un rifugio sul fiordo

In questo contesto sorge Holmen, un  botique hotel dalle linee sobrie e dai materiali locali, costruito sulle rive del fiordo di Sørvågen. Le sue rorbuer (antiche case dei pescatori) rinnovate accolgono gli ospiti con il calore del legno e la semplicità degli spazi aperti, mentre la vista sulle montagne e sull’oceano fa dimenticare il confine tra dentro e fuori.

Holmen è un progetto che ha fatto della sostenibilità il proprio centro. Il legame con la comunità locale è costante: il pesce arriva dai pescatori delle isole, la carne dagli allevatori di queste vallate, le erbe selvatiche dai pendii che circondano la baia. Così, ogni piatto diventa il racconto di un’economia circolare che rispetta il territorio e restituisce valore. Al ristorante, cuore pulsante di questa filosofia, la cucina si fa specchio del paesaggio e della memoria. 

Holmen – foto di Lorenzo e Carolina

La cucina come lente del territorio

L’arcipelago detta il menu. Si lavora con ciò che l’isola offre, senza imporre sapori estranei. Pesci di acque fredde, come merluzzo e halibut, alghe, bacche e funghi, selvaggina e agnelli allevati nelle vallate: ogni ingrediente conserva la propria voce. La scelta verte su pochi fornitori scelti, artigiani che conoscono il ritmo delle stagioni; perfino i piatti arrivano dalla bottega di una ceramista locale. È sostenibilità concreta: ridurre gli sprechi, valorizzare ogni parte, restituire valore alla filiera che abita queste coste.
A guidare la cucina c’è Elijah Holland: forager, pescatore in apnea quando serve, cuoco che preferisce l’essenziale alla sovrastruttura. Il suo lavoro qui è un ascolto attento del luogo: raccogliere sulla riva, salare, fermentare, affumicare piano; lasciare che la materia parli prima della tecnica. L’obiettivo è raccontare l’arcipelago attraverso piatti che nascono letteralmente fuori dalla porta, tra scogliere, erbe di spiaggia e maree

Il percorso gastronomico di Holland alle Lofoten prende avvio da un piatto apparentemente semplice, ma di grande precisione tecnica: un Chawanmushi realizzato con uova di anatra provenienti dall’isola di Gimsøy. La texture è impeccabile, setosa e cremosa, mentre il gusto evidenzia una mineralità spiccata e un’intensità che si discosta dalle più comuni uova di gallina. Un’apertura che stabilisce immediatamente la cifra stilistica dello chef: tradurre tecniche lontane attraverso la materia prima locale, senza compromessi. Segue lo Scampo delle Lofoten, avvolto in un tacos morbido all’ortica, arricchito dai germogli costieri e dall’alga dulse, dal timbro marino e sapido. La morbidezza del taco permette al boccone di fondersi perfettamente con il croccante e la freschezza delle erbe, mentre la profondità iodica dell’alga restituisce un’istantanea fedele delle coste artiche: dolcezza carnosa, verticalità verde e salinità marina in equilibrio calibrato.

Scampo delle Lofoten – foto di Lorenzo e Carolina

La Tartare di alce introduce un registro più marcato e selvatico. La carne, dalla fibra compatta e dal gusto ferroso, viene esaltata dall’inserimento della foglia d’ostrica, erbe spontanee, radici e bacche locali, tra cui il ribes che apporta acidità e freschezza. Il risultato è un piatto che conserva le asperità naturali dell’alce ma le armonizza con note minerali, vegetali e terrose, restituendo una sensazione autentica e profondamente nordica.

Tartare di alce – foto di Lorenzo e Carolina

Il capitolo più articolato è dedicato alla capra degli allevatori locali, servita in due momenti distinti. Prima, la carne viene proposta su un Polarbröd, il tradizionale pane piatto del nord, cotta allo spiedo e abbinata a uno yogurt di capra dalla spiccata acidità, che riequilibra la grassezza della carne. Poi, la capra ritorna in versione più strutturata: cotta lentamente nel forno a legna, condita con aglio serpentino, dal profilo più delicato e persistente rispetto a quello comune, e accompagnata da una salsa al camemoro (cloudberry). Questa piccola bacca artica, rara e preziosa, regala un contrappunto dolce-acidulo che amplifica la profondità del morso e segna il piatto come momento identitario dell’intero percorso.

La capra in due servizi – foto di Lorenzo e Carolina

Il dessert chiude la sequenza con rigore e coerenza: un gelato al rabarbaro incontra una spuma di yogurt di capra e la mirride odorosa, pianta spontanea dall’aroma anisato e balsamico. Pulito, fresco e verticale, lascia un’eco vegetale e minerale, un richiamo al paesaggio da cui tutto ha avuto origine.

L’insieme dei piatti conferma una cucina che non indulge in virtuosismi fini a sé stessi, ma punta a restituire il territorio attraverso scelte rigorose e tecniche precise. Elijah Holland dimostra una sensibilità rara nell’integrare ingredienti selvatici e prodotti locali, costruendo un linguaggio coerente e riconoscibile nel panorama della ristorazione nordica.