Cocta Ristosocialclub non è un luogo che si lascia definire con una sola etichetta. Ogni ambiente, ogni proposta, ogni dettaglio aggiunge un tassello a un progetto che fa della contaminazione il suo punto di forza. Siamo a Pietralata, uno dei quartieri che negli ultimi anni sta ridisegnando la geografia gastronomica della Capitale. In via del Casale Rocchi 6, l’idea dell’imprenditore romano Jacopo De Sanctis, insieme al cuoco Stefano Garonna, riesce a far convivere mondi apparentemente lontani trasformandoli in un’unica esperienza. De Sanctis lo definisce una “super osteria”: giovane, contemporanea, conviviale, capace di prendere spunto da culture diverse senza perdere identità.
Gli spazi ruotano attorno a una sala dall’estetica industriale contemporanea, dominata da un grande banco bar che è il cuore pulsante della proposta mixology. Con la bella stagione, però, l’attenzione si sposta anche sulla terrazza esterna inaugurata il 21 maggio, uno spazio che amplia ulteriormente l’offerta e che si presta tanto alle cene all’aperto quanto agli eventi privati.

La cucina di Stefano Garonna
In cucina c’è Stefano Garonna, classe 1993, romano, cresciuto accanto a cuochi come Giulio Terrinoni, Daniele Lippi e Roy Caceres. Il suo percorso emerge chiaramente nei piatti: tecnica, ricerca, contaminazioni. Un’attenzione che non riguarda solo ciò che arriva nel piatto, ma anche gli strumenti che permettono di costruirlo. I frigoriferi dry aged valorizzano carni e pesci e diventano base per lavorazioni di salumeria di mare; la serra verticale Horto4, sviluppata dalla start‑up Tomato+, permette di coltivare pak choi, coriandolo, basilico, timo, senapi e barbabietole, utilizzati come elementi aromatici e decorativi.
È da questo equilibrio tra tecnica e materia che nasce la cucina di Garonna, dove ogni piatto diventa una sintesi tra ricerca e istinto. Lo si percepisce subito dal tiradito di ricciola, uno dei piatti che più raccontano il suo percorso: la ricciola marinata pochi minuti prima del servizio, la leche de tigre al kiwi, la cipolla rossa in agrodolce, il jalapeño verde, l’olio al prezzemolo e i germogli coltivati nell’orto verticale — cavolo nero, mizuna, senapi — che aggiungono freschezza e una nota pungente. È un omaggio alle radici colombiane di Roy Caceres, oggi alla guida di Orma Roma, reinterpretato con ingredienti stagionali e personali.

Shokupan come un lingotto
Tra gli antipasti spicca il katsu‑sando di maiale, dove lo shokupan preparato in casa racchiude un’arista in doppia frittura, accompagnata da maionese al lime e salsa tonkatsu più intensa e fruttata della classica teriyaki. È un piatto goloso, preciso, curato.
Interessante anche lo shokupan burro e alici, proposto in una veste più fine: il pane assume la forma di un piccolo lingotto, richiamando il mondo dei Cocta Bites. La sapidità delle alici incontra la morbidezza del pane e la rotondità del burro fatto in casa in un boccone essenziale ma raffinato.

Tra brace e idee che scottano
Tra i secondi, la picanha alla brace è uno dei piatti simbolo del locale. La carne viene cotta sulla brace, lasciata riposare e poi passata rapidamente in forno prima del servizio. Il fondo bruno intenso amplifica i sapori e rende tutto succulento, accompagnato da patate arrosto semplici e perfette. Una preparazione che dimostra come la tecnica possa valorizzare il prodotto senza snaturarlo.
Molto riuscita anche la pancia di maiale con pak choi alla brace e chutney di mela: consistenza morbida e fondente, note vegetali e affumicate, dolcezza. Un equilibrio che funziona.
Abbiamo assaggiato in anteprima lo spaghettino freddo con gambero rosso, latte di pinolo, polvere di lattuga di mare e zest di lime candito, costruito su un concetto tanto semplice quanto, sotto sotto, complesso: l’assenza totale di sale aggiunto. La sapidità arriva solo dagli ingredienti, lasciando emergere ogni sfumatura del gambero e degli elementi che compongono il piatto.
Degna di nota anche la scarola alla brace con salsa di scarola, pane croccante, uvetta, pinoli tostati, alici e germogli: un gioco di contrasti tra dolcezza, sapidità e tostature che dimostra come anche un ingrediente umile possa diventare protagonista.

La chicca del progetto
La proposta beverage è parte integrante dell’esperienza. La mixology, sviluppata da Valerio Bonifaci insieme a De Sanctis, dialoga costantemente con i piatti, mentre la selezione di vini naturali e birre artigianali contribuisce a definire l’identità del locale.

La vera chicca, però, sono i social table: tavoli condivisi che permettono agli ospiti di vivere il pasto in maniera attiva attraverso tecniche di cottura provenienti da tradizioni internazionali. Piastra refrattaria, yakiniku giapponese, fonduta, shabu shabu, hot pot, raclette. Un format ancora raro a Roma, che rimette al centro la convivialità.

A completare il progetto c’è il vintage corner curato da Claudia Urbano, fashion designer e fondatrice di Friperie: una selezione di capi second hand e upcycling che aggiunge un ulteriore livello narrativo, intrecciando cucina, design, moda e socialità.
Perché Cocta è un contenitore di idee che riesce a mettere insieme esperienze diverse senza risultare dispersivo, trovando proprio nella contaminazione il suo tratto più distintivo.