Marzo 26, 2026

Chi ha deciso che il dolce arriva alla fine? La nostra esperienza da Coda a Berlino con René Frank

Articolo di Anna Malafronte

Il momento del dessert è la nostra redenzione gastronomica. Libertà, estetica, piacere allo stato puro: il gesto che chiude un pasto lasciando un sentimento di gratitudine e sospensione. Come in una composizione musicale, il dolce è la “coda”, la sequenza finale che prolunga nell’aria l’eco della melodia. Un epilogo che, secondo la Peak-End Rule — la teoria secondo cui giudichiamo un’esperienza soprattutto dal suo culmine e dalla sua conclusione — determina il ricordo dell’intera serata. Eppure, esiste una ragione ancestrale per cui il cuore accelera quando arriva il dessert. Lo attendiamo non per fame, ma per desiderio. Da qui la domanda che ci accompagna da sempre: chi ha stabilito che il dolce debba essere confinato all’ultima portata?

A Berlino, nel cuore sperimentale di Neukölln, Coda — ristorante due stelle Michelin — ha scelto di sovvertire questa gerarchia. Qui l’attesa del dolce diventa superflua: l’intero menu è concepito come un dessert, un susseguirsi di piccoli atti di gratificazione costruiti su dolcezza, acidità e umami. Tecniche di pasticceria applicate a ingredienti che spaziano dal vegetale al fermentato, in un linguaggio gastronomico completamente nuovo. Dietro questa visione c’è René Frank, nominato Miglior Pasticciere al Mondo nel 2022 da The World’s 50 Best Restaurants, riconoscimento che ha consacrato il suo approccio radicale alla pasticceria contemporanea.

Coda Berlino

Un mondo a parte

Varcare la soglia di Coda significa entrare in un ambiente scuro e minimale, progettato per concentrare lo sguardo su ciò che accade nel piatto. Sotto luci puntiformi, ogni portata brilla come un gioiello. Non esiste confine tra salato e dolce: solo un flusso continuo di trasformazioni, dove gli ingredienti dialogano e si ribaltano.

Nulla è come sembra. Un tortino di patate dolci e mandorle nasconde un cuore di midollo dalla consistenza setosa. Una cialda waffle ripiena di formaggio raclette incontra le note pungenti del kimchi e l’acidità dello yogurt, trasformando un gesto familiare in un assaggio audace e giocoso.

Cialda waffle ripiena di formaggio raclette

Piatti che sfidano le aspettative

La gelatina di pompelmo e tapioca, fresca e acida, contrasta la cremosità del mascarpone e la dolcezza inattesa del cavolo caramellato: un esempio perfetto di come la pasticceria possa diventare strumento di precisione gastronomica.

Pompelmo, tapioca e mascarpone

Anche gli ingredienti più umili — prezzemolo, aglio nero — acquistano eleganza. Il gelato alla radice di prezzemolo con gel di aglio nero ne è la prova: un boccone che trasforma il quotidiano in sorpresa.

Gelato, prezzemolo e aglio nero

Tra gli assaggi più memorabili spicca lo stecco di caviale, piatto iconico del ristorante: gelato di noci pecan e vaniglia Bourbon con cuore di acciughe, avvolto da 12 grammi di caviale Oscietra. In un singolo morso, sapidità marina e dolcezza naturale si intrecciano, anticipando la direzione di un menu che vive di equilibrio e tecnica.

Lo stecco di caviale

Quasi ogni portata è accompagnata da bevande create direttamente in cucina — infusioni botaniche, kombucha, estratti — che instaurano un dialogo continuo tra solido e liquido, due voci della stessa partitura.

Il rito del cacao

Prima che le portate a base di cioccolato raggiungano il tavolo, René Frank invita i commensali in cucina per mostrare la lavorazione del cacao dal seme alla tavoletta. Non una dimostrazione tecnica ma un invito a percepire il cioccolato in tutte le sue sfumature, dal profumo tostato delle fave al gesto preciso che trasforma un seme grezzo in materia gastronomica.

La lavorazione del cioccolato in cucina

Al posto della piccola pasticceria, sfere di cioccolato fondente al 76% con cuore di sciroppo di barbabietola e grasso di Wagyu stagionato fanno calare il sipario sull’esperienza.

Ma lo zucchero non c’è…

Per quanto ogni piatto abbia le sembianze di un dessert, non c’è traccia di zucchero raffinato. Ogni ingrediente viene lavorato per esaltarne la naturale dolcezza, in un gioco calibrato di contrasti. Senza l’effetto anestetizzante dello zucchero, le papille rimangono vigili, pronte a cogliere sfumature sottili dall’inizio alla fine.

Se il dessert è sempre stato la portata più attesa, Coda ci regala il lusso di non dover più aspettare. Dimostra che la pasticceria non è un capitolo separato della gastronomia, ma una disciplina capace di sostenere un intero menu.

Uscendo dal buio ipnotico del ristorante, si comprende che quella famosa coda musicale non è più un addio, ma una risonanza: un’eco che continua oltre il tavolo e riscrive lo spartito della nostra idea di dessert.

Orsetti di gelatina di barbabietola