A Testaccio, quartiere romano dove la cucina ha sempre avuto una funzione più sociale che rappresentativa, CasaMora trova il suo posto con naturalezza. Il ristorante non arriva per occupare uno spazio vuoto né per riscrivere una grammatica del gusto già nota, ma per inserirsi in punta di piedi in un contesto urbano che valorizza lo stare a tavola come gesto quotidiano, all’insegna della convivialità.
Arrivare qui la sera significa attraversare una Roma diversa, quasi nascosta. Le luci si abbassano, il quartiere rallenta, la monumentalità lascia spazio a una quotidianità più ruvida, fatta di angoli vissuti, voci che rimbalzano sui muri, tavoli che iniziano a riempirsi senza fretta come la platea di un teatro. CasaMora si inserisce in questo momento della giornata con discrezione, e invita a prendersi un momento per restare.
Dentro, la sensazione di calore e accoglienza è immediata. Non a caso il nome contiene una promessa che non è simbolica, ma concreta: sentirsi a casa. Lo spazio si articola intorno a un bancone a semicerchio che chiama a fermarsi anche solo per un bicchiere, pochi tavoli già animati dalle conversazioni in corso, e una luce calda che accompagna rendendo l’atmosfera calda ma intima. Musica e cibo scandiscono i ritmi.
C’è anche un palco che evoca la vocazione storica del locale, oggi adibito ai piccoli concerti dal vivo e agli eventi. Il venerdì si suona, si beve, si resta più a lungo. Ma anche nei giorni più tranquilli CasaMora funziona: un luogo dove trattenersi, stare bene e scambiare chiacchiere e confidenze come tra vecchi amici.

La proposta gastronomica segue la stessa logica. Il format della vineria con piccola cucina non è una novità in città, ma qui si innesta su qualcosa di più personale: la memoria familiare. Una cucina napoletana identitaria, affezionata al passato ma senza che questo si traduca in una nostalgia banalizzante. Piuttosto, di una tradizione domestica filtrata, resa condivisibile. In cucina c’è Rosario Errico, napoletano di sangue, chiamato non a fare cucina laziale, ma a farsi portavoce di una storia familiare che profuma di Meridione. I suoi piatti risultano essenziali e accessibili, privi di enfasi esagerata. La mano è riconoscibile per la pulizia esecutiva e per la capacità di fermarsi un passo prima di strafare: quando un piatto rischia di diventare nostalgico, viene riportato su una linea più nitida; quando potrebbe eccedere nella ricchezza e nella densità dei sapori, sceglie invece la misura. L’obiettivo è portare in tavola una cucina napoletana popolare, concreta, leggibile.

Il menù è costruito per essere un viaggio nella memoria e nei sapori della tradizione. Si comincia con ’E spizzuliate, piccoli piatti pensati da condividere: supplì di pasta, patate e provola, parmigiana di melanzane, pollo all’ischitana, zuppetta di scarole e fagioli cannellini. Bocconi che funzionano perché non cercano scorciatoie: il supplì è ben calibrato nella frittura, con una panatura asciutta che non sovrasta il ripieno; la parmigiana privilegia la morbidezza e la stratificazione più che l’opulenza; la zuppetta di scarole lavora bene sull’equilibrio tra amaro e dolcezza dei legumi. È cucina povera nel senso più nobile: pochi elementi, gesti precisi, nessuna pretesa di stupire o convincere. Solo la volontà, molto più impegnativa, di essere coerenti.

I primi arrivano senza troppe presentazioni, come serviti da una delle nostre nonne. Le mezze maniche alla lardiata hanno una struttura solida, con il pomodoro che resta protagonista e il grasso ben distribuito, senza eccessi. La pasta patate e provola arriva nel pentolino, esattamente come si serviva in passato: per tenere il piatto caldo, dividerselo, ritornare dentro con il cucchiaio e reclamare il bis. L’assaggio è cremoso, sapido il giusto, senza effetti speciali nella presentazione o nel gusto.

Accanto alla cucina, il vino occupa uno spazio importante ma mai invadente. La carta è ampia e articolata, costruita con attenzione su piccoli produttori e diverse etichette naturali, ma l’approccio resta gentile. Il servizio accompagna, suggerisce, mette a proprio agio, aiutando a orientarsi senza mai sovraccaricare l’esperienza. Che si scelga una bottiglia affinata in anfora, botte o bottiglia, il calice resta un mezzo per allungare il tempo.
Il finale arriva senza sovrastrutture. La pastiera chiude la cena come gesto naturale: ben eseguita, equilibrata nella dolcezza, senza cedimenti aromatici né eccessi di spezia. Una chiusura coerente, che non cerca reinterpretazioni moderne della versione classica ma restituisce conforto al morso.

CasaMora non è un ristorante che chiede attenzione. Non costruisce un racconto da seguire, né un’esperienza da decifrare. Funziona perché non ha paura della semplicità, perché accetta l’idea che la cucina possa essere prima di tutto un fatto relazionale. Qui non si viene per “provare” qualcosa di nuovo, ma per sentirsi bene davvero. È uno di quei luoghi in cui si torna senza pensarci troppo, si prende il solito o magari si cambia, e tutto continua ad avere senso.
E quando si esce, Testaccio sembra lo stesso quartiere di prima, ma leggermente più abitabile. Come se, per qualche ora, qualcuno avesse apparecchiato il tempo con un po’ più di cura.