Tre lettere, tre regioni, un’unica identità da custodire: Veneto, Lombardia e Trentino‑Alto Adige. NIN nasce in questo crocevia geografico e culturale, affacciato su una delle sponde più suggestive del Garda, dove materie prime e tradizioni convivono in equilibrio.
“Nin”, in dialetto triestino, significa “ragazzo”. Un nome che si adatta perfettamente a Andrea De Lillo, classe 1998, cuoco alla guida della cucina. Giovane, sì, ma con una formazione internazionale che lo ha portato dalla Spagna alla Danimarca, fino al Central in Perù, eletto miglior ristorante del mondo nel 2023. Da un paio d’anni è tornato qui, sul lago dove è nato e cresciuto, con l’obiettivo di raccontarlo attraverso una lente contemporanea, intima, profondamente sua. Accanto a lui lavora una brigata giovane e preparata, sostenuta da una sala che si muove in perfetta sintonia con la cucina. Il risultato è NIN, una stella Michelin all’interno del Belfiore Park Hotel di Brenzone: un progetto che parla di lago, montagne e terre limitrofe senza ridursi a una semplice reinterpretazione.

La natura prima di tutto
«È la natura a dirmi cosa portare in tavola, non io a prestabilire un menu», racconta Andrea. La sua è una cucina in costante evoluzione, modellata dalla stagionalità e dalla disponibilità delle materie prime. Sono il lago, gli orti e i produttori locali a scandire il ritmo del lavoro quotidiano. Lo stesso ritmo che muove le onde visibili dal tavolo, una vista che da sola varrebbe il viaggio qui.
Tre i percorsi degustazione: Benacum, dedicato al pesce d’acqua dolce e agli ortaggi del territorio; What People Want, più creativo e contaminato; NIN, il racconto più completo, dove lago, terra e montagna si intrecciano in una narrazione coerente. Minimalismo nordico, creatività spagnola, profumi sudamericani, eleganza nipponica: le influenze del percorso di Andrea emergono chiaramente, ma il risultato resta lineare, autentico. Gli ingredienti sono riconoscibili, vicinissimi — a volte a pochi metri dal ristorante.

Tutte le strade portano a casa
Il piatto che più racconta questa filosofia è Ramen, sarde e quaglia. «Volevo che ricordasse il Giappone, ma avesse il sapore di casa», ci confida. A prima vista richiama la celebre zuppa giapponese, ma i noodles diventano sottili tagliolini conditi con un garum di sarde, serviti con uovo di quaglia, fiori di borragine, lamelle di cipollotto e katsuobushi di carpa. Il brodo dashi, versato al tavolo, è più delicato, quasi a sottolineare la sua anima gardesana. La filiera è cortissima: gli ortaggi arrivano dall’azienda agricola Fragoliamo, a pochi metri dal ristorante; le trote dal vicino Trentino; carni e altri ingredienti da piccoli produttori locali.

Anche Wagyu Wagyu Wagyu segue lo stesso approccio. Il nome è provocatorio, ma il messaggio è chiaro: valorizzare una carne locale allevata con la stessa metodologia e cura del celebre manzo giapponese. Al palato è scioglievole, quasi burro.

Gli assaggi più convincenti
Tra i piatti più riusciti spicca Radicchio, aceto balsamico e mascarpone. Il colore magenta anticipa un gioco di contrasti: la profondità dell’aceto balsamico — lavorato proprio a pochi passi dal ristorante — incontra l’amaro elegante del radicchio e la morbidezza del mascarpone. Un equilibrio audace, memorabile.

Colpisce anche Scarpetta, omaggio a uno dei gesti più iconici della tavola italiana. Su una ceramica grigio fumo arriva una salsa ottenuta da quattro varietà di pomodoro coltivate da Fragoliamo, completata con olio monorigine del territorio. Accanto, una pagnotta calda preparata in casa con una percentuale di farina di Storo e un burro montato da latte locale, con fiocchi di sale. È un piatto che parla di casa, di semplicità elevata a gesto gastronomico.
E poi Anatra, bietole e kimchi, cotta per irradiazione: il calore del barbecue, sotto il quale è sospesa, penetra lentamente fino al cuore della carne. La precedente maturazione nel fieno aggiunge note erbacee e affumicate, mentre la consistenza resta sorprendentemente morbida.

Avete mai assaggiato del gelato al caviale?
Il gran finale è affidato a un dessert tanto insolito quanto riuscito: gelato al sesamo nero, more ghiacciate e caviale Calvisius. Un incontro inatteso tra dolcezza, sapidità e freschezza che funziona alla perfezione. Le consistenze si alternano, le temperature dialogano, e ogni cucchiaiata invita immediatamente alla successiva.

Quella di NIN ci ha dato l’impressione di essere una cucina che guarda lontano ma parla la lingua del luogo. Andrea De Lillo porta con sé accenti raccolti in giro per il mondo, ma li traduce attraverso ciò che ha davanti agli occhi ogni giorno: il blu del lago, il verde degli orti, il profilo delle montagne. Un ritorno a casa che non è nostalgia, ma responsabilità e consapevolezza. E un ristorante che, oggi, racconta il Garda come pochi altri.