Maggio 10, 2026

AKOYA: com’è davvero l’omakase torinese (da soli dieci posti) di cui tutti parlano

Articolo di Valeria Gorgos

Alcune cene si esauriscono nel piacere immediato di un piatto, altre restano impresse per l’atmosfera o per il servizio. E poi ci sono esperienze che durano nel tempo, custodite come perle nel cassetto dei nostri ricordi più preziosi. AKOYA a Torino appartiene a quest’ultima categoria: lascia addosso una sensazione sottile, l’impressione di aver vissuto qualcosa di raro, costruito con una precisione silenziosa, dove ogni elemento è al suo posto e, quasi per osmosi, anche noi — assaggio dopo assaggio — troviamo un nuovo equilibrio.

Nel Quadrilatero Romano, all’interno di Spazio Musa, AKOYA porta nel capoluogo piemontese una visione dell’omakase ancora poco esplorata in città: intima, rigorosa, profondamente contemporanea. Non tenta di replicare il Giappone in modo didascalico né di occidentalizzarlo con scorciatoie estetiche. Piuttosto, ne assorbe la grammatica più autentica — il rigore del gesto, la cultura della sottrazione, il rispetto assoluto per la materia — traducendola in un’esperienza essenziale, lucidissima e personale.

Il bancone di Akoya a Torino

Dietro questa visione c’è Christian Mandura, mente progettuale inquieta e lucidissima, affiancato dalla precisione operativa di Alessandro Daddea, che trasforma il pensiero in gesto. Insieme costruiscono un racconto coerente in ogni dettaglio: dalla luce al ritmo del servizio, dalla temperatura del riso al silenzio da meditazione che accompagna la cena.
Il nome stesso — AKOYA, come le celebri perle giapponesi — vuole trasmettere un messaggio: eliminare il superfluo e lasciare emergere solo ciò che conta davvero.

Alessandro Daddea

Come a teatro

L’esperienza comincia lontano dal bancone. I primi assaggi arrivano in uno spazio raccolto, quasi sospeso, pensato per rallentare gradualmente il tempo della cena. Un grissino con wagyu, uno scampo con edamame, un’ostrica allo yuzu, un osomaki di anguilla: bocconi rapidi solo in apparenza, calibrati con precisione millimetrica. Nessuna volontà di impressionare attraverso la complessità. Tutto è leggibile, essenziale, pulito; per tutti. È un invito discreto a entrare nel linguaggio di AKOYA, lasciando che sia il gusto a costruire il ritmo.

Poi il passaggio. Le porte si aprono, gli ospiti si raccolgono attorno al bancone e l’atmosfera cambia densità. Dieci posti appena: una distanza ravvicinata che trasforma ogni movimento in un gesto quasi teatrale. Da qui in avanti, tutto si riduce all’essenziale: il gesto, il tempo, la materia.

Ogni nigiri è una prova di equilibrio

L’apertura è affidata a un chawanmushi di astice: setoso, profondo, costruito sulla sottrazione dei sapori. Accanto, il tonno zuke introduce una sapidità più diretta, mentre il calamaro somen gioca sulle consistenze con una leggerezza sorprendente.

Calamaro somen finemente intagliato, con olio allo shiso e uova di ikura

Poi iniziano i nigiri. Ed è qui che AKOYA trova la sua forma più compiuta. Le mani di Alessandro Daddea si muovono con compostezza. Ogni pressione sul riso, ogni taglio, ogni passaggio racconta un’idea di controllo portata all’estremo. Il nigiri, nella sua apparente semplicità, diventa una prova assoluta di equilibrio: riso, pesce, temperatura, umidità, tempo. 

La sequenza è una progressione narrativa: prima ricciola, pagro e orata, pesci dai toni delicati e trasparenti. Poi vongola e ikura, dalle note saline, seguite da sgombro e palamita per un’intensità crescente. Dopo, arrivano la rotondità del tonno e la dolcezza della capasanta, fino alla persistenza ampia e avvolgente della ventresca. Tutto procede in modo lineare, armonico, senza strappi.

Nigiri di tonno

Il riso merita una riflessione a parte: acidità misurata, temperatura appena tiepida, compattezza delicata. È struttura: sostiene il pesce, lo completa e lo definisce. Nel mezzo, il dashi: essenziale, concentrato e profondo. E subito dopo l’anatra al kumquat, che introduce una deviazione più materica, terrestre, senza tuttavia spezzare l’equilibrio.

Quello che colpisce è l’armonia: ingredienti che dialogano senza sovrapporsi, note acide e umami che entrano progressivamente, gusti e temperature che si alternano con naturalezza. Una cucina che chiede attenzione ma restituisce moltissimo, senza mai diventare distante.

La parte dolce segue la stessa dinamica. Il marshmallow introduce una morbidezza che riporta all’infanzia, attraversata da bergamotto, pepe timut e miso. Mentre il mochi al cioccolato con caviale è un finale netto, rischioso ma perfettamente riuscito, che conquista in un rincorrersi di sapidità e dolcezza.

Il bar: un altro linguaggio

A completare il racconto c’è il lavoro sulla miscelazione firmato da Simone Tasini. Anche qui, nessuna estetizzazione fine a sé stessa: cocktail nitidi, leggibili, costruiti con la stessa idea di equilibrio della cucina. Un wasabi sour, sorseggiato con la piccola pasticceria, diventa quasi una sintesi dell’intera esperienza: tensione, freschezza, precisione e pulizia dei sapori.

Dirty Martini

AKOYA oltre la cena

Abbiamo trovato AKOYA un progetto unitario, coerente, in cui ogni elemento contribuisce a costruire un’esperienza speciale: la luce soffusa, il silenzio della sala, il ritmo del servizio, il lavoro sulla materia, persino le pause.

Torino, con la sua eleganza e la sua cultura gastronomica sempre più stratificata, sembra il luogo perfetto per accogliere un progetto del genere. Ma AKOYA non cerca di adattarsi alla città: si impone e ne arricchisce il patrimonio culturale con una proposta chiara, quasi radicale, diversa dalle altre; con l’obiettivo di restituire centralità al gesto, al tempo, all’essenza.

Ed è forse questo il motivo per cui l’esperienza resta impressa così a lungo. Non perché cerchi di stupire, ma perché riesce in qualcosa di molto più difficile: cambiare, anche solo per una sera, il modo in cui percepiamo il cibo, il ritmo e noi stessi. Trasformandoci, per un attimo, in persone presenti nel qui e ora.

Astice Sando, un piatto perfetto da condividere nella lounge