In uno dei parchi archeologici più visitati al mondo si nasconde una realtà agricola che lavora per preservare la ricca biodiversità della regione: pistacchi, mandorle, olive e grani raccontano una Sicilia genuina, ancora incontaminata, che vale la pena assaporare e continuare a coltivare
Situata lungo la costa meridionale della Sicilia, Agrigento è, fin dalla sua fondazione greca nel VI secolo a.C., una delle città più influenti del Mediterraneo. Complice lo splendore della sua Valle dei Templi: antichi luoghi di culto dorici tra i meglio conservati, insieme alla necropoli fuori le mura, che costituiscono uno dei siti archeologici più estesi d’Europa. Tredici secoli di storia racchiusi in 1300 ettari riconosciuti Patrimonio UNESCO. Ma basta allontanarsi di qualche passo dalle imponenti colonne della Magna Grecia per scoprire un altro volto della città.
La collina che circonda la Rupe Atenea è punteggiata da uliveti, mandorleti, pistacchieti e vigneti. Una ricchezza agricola millenaria che trova nel progetto di Casa Diodoros un punto nevralgico prezioso. Si tratta di un antico rustico riqualificato, a pochi metri dal Tempio della Concordia, sede di una cooperazione nata nel 2005 dall’unione di dodici aziende agricole. L’obiettivo era — e rimane — quello di preservare le coltivazioni locali, recuperare terreni e varietà a rischio e riportare sulla tavola prodotti legati a questo territorio specifico.

Salvaguardare un luogo significa anche questo: non lasciare che la sua storia resti confinata nei libri o tra le rovine, ma farla vivere attraverso ciò che si coltiva, si cucina, si mangia. Dal 2023 Casa Diodoros ha ampliato questo racconto attraverso esperienze enogastronomiche che permettono di entrare in contatto diretto con il territorio: classi di cucina e pasticceria, visite in frantoio e nei vigneti, pranzi all’ombra degli ulivi. E dal 16 agosto si aggiungono le Colazioni Diodoros, un risveglio autentico siciliano costruito con prodotti del territorio, pensato per raccontare la filiera fin dal primo mattino.
Un’agricoltura di resistenza
Prima di arrivare qui non sapevamo molto del pistacchio di Raffadali DOP. Passeggiando tra i pistacchieti e ascoltando chi dedica tempo e fatica alla cura di queste piante, ci rendiamo conto di quanto sia facile dare per scontato ciò che troviamo ogni giorno nei supermercati.
Fabio Gullotta, tra i promotori del progetto, ci racconta quanto spesso la frutta secca che arriva sulle nostre tavole provenga da molto lontano.
«Certo, importarla dalla California può essere più conveniente in termini di prezzo e disponibilità. Ma il rischio è che varietà, terreni e conoscenze legate a queste coltivazioni vengano lentamente abbandonati», spiega. È qui che il lavoro di Casa Diodoros acquista un significato che va oltre la produzione: preservare una coltura significa mantenere vivo un pezzo di identità, di storia.

Oltre 400 ettari di terreno salvati
Lo capiamo ancora meglio assaggiando una mandorla appena sgusciata. Un gesto quasi rituale. Il sapore è intenso, diverso da quello della frutta secca confezionata a cui siamo abituati.
Fabio racconta che, grazie anche al supporto della Facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, sono stati salvaguardati oltre 400 ettari di terreno e identificate centinaia di cultivar di mandorle, alcune delle quali hanno origini antichissime, legate alle coltivazioni elleniche e cartaginesi. Un patrimonio agricolo che rischiava di perdersi e che oggi torna a essere riconosciuto e raccontato.

Tutti a tavola: ecco cosa si mangia
Casa Diodoros non è soltanto il risultato del lavoro delle aziende agricole e dei prodotti acquistabili in loco o online: è soprattutto un luogo di incontro, aperto a turisti, visitatori e abitanti del territorio. Lo capiamo a tavola, davanti a una minestra di tenerumi, preparazione estiva tipicamente siciliana a base di zucchina lunga e delle parti più tenere della pianta.
Poi arrivano i cudduruni, appena sfornati dal forno a legna: una focaccia della tradizione contadina preparata con farine di grani antichi e farcita con prodotti del territorio. Debora Pantaleo li completa con formaggio di capra gitana allevata nel Parco, olio extravergine, acciughe, pomodoro, origano.

Il nome deriva dal greco kollura, “pagnotta”, e racconta una cucina nata dalla necessità di non sprecare nulla: i cudduruni erano realizzati con l’impasto avanzato dalla preparazione del pane e utilizzati per testare la temperatura del forno. Una filosofia “zero sprechi” ante litteram.
Arrivano anche pizze, sempre sfornate in casa, e un eccezionale olio d’oliva in purezza, autoprodotto, da abbinare alla ricotta al forno, tra le più buone assaggiate in giro.

La granita siciliana
In questo viaggio promosso da Sherbet — il festival che ogni anno a Palermo valorizza il gelato artigianale — non poteva mancare la granita. Guidati dalla gastronoma Marlena Buscemi, abbiamo degustato quelle al pistacchio e alla mandorla, scoprendo quanto anche un preparato apparentemente semplice possa raccontare territorio, tecnica e materia prima.
Questo ci portiamo a casa dopo aver visitato Casa Diodoros: la sensazione che la Valle dei Templi non sia soltanto un luogo da visitare, fotografare e ammirare. È un territorio vivo, fatto di mani, coltivazioni, ricette e sapori. E forse il modo più bello per preservarlo è continuare a conoscerlo e a raccontarne il sapore.
