Entrando da Visione Restaurant and Living, l’impressione è che il proprio tavolo passi in secondo piano: lo sguardo viene catturato dalla grande vetrata che occupa un’intera parete della sala e cancella il confine tra dentro e fuori. Oltre il vetro le colline di Barbaresco si rincorrono, i filari seguono il movimento della terra come onde immobili e, in lontananza, i piccoli borghi sembrano appoggiati sulle creste delle vigne.
Per qualche istante si rimane in silenzio di fronte all’immensità di quel panorama spettacolare, unico al mondo, che insieme ai suoi vini ha reso celebri le Langhe. È una sensazione di meraviglia che accompagna tutto il pranzo: i piatti arrivano, e ciò che si è provato guardando quelle colline continua a riaffiorare nelle ceramiche, negli ingredienti, nei racconti della sala, nei cocktail. Tutto sembra partire da lì e tornare lì.

Visione Restaurant and Living nasce a Tre Stelle, piccola frazione di Barbaresco, con un’idea tanto semplice quanto difficile da realizzare: fare in modo che cucina, paesaggio, vino e ospitalità raccontino la stessa storia con coerenza e continuità.
Molto più di una bella vista
Dietro Visione c’è Luca Orilia. Prima ancora che imprenditore, è stato uomo di sala. Gli anni trascorsi nell’alta ristorazione gli hanno insegnato che un’esperienza indimenticabile non si costruisce soltanto con una grande cucina, ma con tutto ciò che succede prima, durante e dopo il piatto.
Lo si capisce già dagli amuse‑bouche: arrivano su una lunga ceramica bianca dalla forma irregolare che, a uno sguardo distratto, sembra un oggetto di design. Poi basta alzare gli occhi verso la vetrata per accorgersi che quella linea riproduce il profilo delle colline di fronte al ristorante, richiamando alcuni dei cru più celebri di Barbaresco: Asili, Martinenga, Faset, Rio Sordo. Un dettaglio piccolo, quasi silenzioso, che racconta perfettamente il modo in cui Visione interpreta il territorio: senza trasformarlo in folklore e senza riempire il menu di riferimenti forzati, ma lasciandolo entrare naturalmente nell’esperienza.

Anche il servizio fa la sua parte. La squadra è giovane e racconta ogni piatto con un entusiasmo che finisce per contagiare il tavolo. Si parla di ingredienti, tecniche e abbinamenti, ma senza quella distanza che spesso caratterizza il fine dining: più che assistere a una spiegazione, sembra di condividere una scoperta con chi quel progetto lo vive ogni giorno.
Questa atmosfera continua anche nel Living, lo spazio più informale che si apre verso il giardino, pensato per fermarsi dopo il pranzo, ordinare un cocktail, concedersi una merenda o semplicemente rimanere seduti qualche minuto in più a guardare le vigne. Qui nessuno sembra avere fretta di farti andare via.
La cucina di Samuele Di Murro e quel Piemonte che non ti aspetti
Dal marzo 2026 la cucina porta la firma di Samuele Di Murro, classe 1990, albese di nascita e piemontese nel modo più autentico. Dopo anni trascorsi lontano da casa, il ritorno nelle Langhe non si traduce in una cucina nostalgica: Di Murro prende ciò che appartiene alla sua memoria gastronomica e lo rimette in discussione. Non cancella la tradizione, la alleggerisce, la osserva da un’altra prospettiva, trovando un equilibrio tra tecnica e immediatezza che rende il percorso sorprendentemente naturale.
La proposta si divide tra i percorsi degustazione Certezza e Oltre; noi scegliamo quest’ultimo, quello che racconta meglio l’anima più creativa del ristorante. Per cominciare, al posto delle classiche bollicine arriva una kombucha al gelsomino prodotta in casa, completata da una lieve nota di acqua tonica che lascia in bocca un ricordo di caramello. Sembra uno spumante, non lo è, ed è il primo indizio che qui nulla viene fatto per abitudine.
Subito dopo arrivano i lievitati firmati dalla pasticcera Anita Di Liberto: il pane è caldo, profumato, con una crosta sottile che si frantuma appena la si sfiora, mentre il burro montato è così leggero da sembrare una mousse. È uno di quei momenti che mettono alla prova l’autocontrollo: sai che il percorso è appena iniziato, ma continui ad allungare la mano verso il cestino del pane.

“Oltre” la siepe di ogni aspettativa
Il viaggio comincia con la triglia accompagnata da salsa bouillabaisse, portulaca e finocchio di mare: un piatto elegante che preferisce accompagnare il palato invece di stupirlo, con la salsa a regalare profondità e le note vegetali a portare freschezza e sapidità. Poi il tono cambia con le chiocciole adagiate su un intenso ristretto di pomodoro, finferli, Parmigiano Reggiano e grano arso: sapori decisi, profondi, ma perfettamente equilibrati.
Accanto compaiono tre piccole provette ideate dal sommelier Alessandro Scarsi: un rooibos chai per stimolare l’olfatto, una Falanghina ossidata per lavorare sul gusto e un Vermouth ottenuto da kombucha per intervenire sulla componente tattile. L’invito è assaggiare, bere, tornare al piatto e osservare come la percezione cambi ogni volta. Infine si unisce ciò che rimane nelle tre provette per creare un cocktail: uno dei momenti più divertenti del percorso.
Un risotto che non dimenticheremo
Se dovessimo scegliere un solo piatto da ricordare, sarebbe il risotto con gambero viola, tamarindo, pompelmo e borragine. È uno di quei piatti che, letti sul menu, fanno sorgere qualche dubbio: troppi ingredienti, troppe direzioni. Il rischio che qualcuno prevalga sugli altri sembra inevitabile. Invece succede il contrario.

Il riso è cremoso senza essere pesante, il gambero viola aggiunge una dolcezza elegante e una nota iodata che accompagna tutto il piatto, il tamarindo introduce una sfumatura esotica che incuriosisce senza spostare il baricentro, il pompelmo alleggerisce con un’acidità precisa, mentre la borragine — profondamente legata alla tradizione piemontese — riporta il piatto verso la terra e chiude il cerchio. Ogni cucchiaiata cambia leggermente equilibrio, ma il risultato rimane sempre armonico.
Bagna càuda e caffè di dattero: sorpresa inaspettata
Se il risotto conquista tutti, lo spaghettone è probabilmente il piatto più coraggioso del menu. Prendere uno dei simboli della cucina piemontese e trasformarlo senza snaturarlo è un esercizio rischioso: Di Murro ci riesce con una bagna càuda alleggerita, quasi vellutata, accompagnata da erbe spontanee e caffè. Il primo assaggio sorprende, il secondo cambia completamente grazie al pairing ideato da Scarsi: un caffè di dattero.
Il consiglio è assaggiare la pasta, bere un sorso e tornare subito al piatto. L’amaro, che inizialmente sembra amplificarsi, al secondo boccone quasi scompare, lasciando emergere sfumature rimaste in secondo piano. È uno di quei piccoli esperimenti che funzionano davvero e che raccontano quanto qui cucina e beverage siano pensati come un unico percorso.

Il piatto che più di tutti parla di casa
Ma è il plin che emoziona più di tutti. Non perché sia il più scenografico: arriva con la discrezione tipica delle grandi paste ripiene piemontesi. Dentro custodisce la parte più personale del cuoco: niente tre arrosti, ma una ricetta di famiglia fatta di genovese di cipolla, guancia di Fassona e un fondo ricco di collagene che rende ogni boccone incredibilmente intenso e avvolgente. La sfoglia, preparata con oltre cinquanta tuorli per ogni chilo di farina, è sottilissima e lascia tutto lo spazio al ripieno. Comfort food nella sua forma più raffinata.

Il percorso prosegue con il maialino accompagnato da albicocca, vaniglia e senape: la carne è succosa, la componente fruttata alleggerisce il piatto e la senape arriva soltanto alla fine, con una nota pungente che evita qualsiasi eccesso di dolcezza. Anche qui la cucina di Di Murro conferma la sua cifra stilistica: equilibrio, pulizia e una sorprendente capacità di togliere invece che aggiungere.
Il vero colpo di scena? Arriva nel bicchiere
Se la cucina è il cuore di Visione, Alessandro Scarsi è il filo invisibile che tiene insieme tutto il racconto. Definirlo sommelier sarebbe riduttivo: il suo lavoro va ben oltre la carta dei vini — oltre cinquemila etichette, con particolare attenzione al Piemonte e alla Francia — perché costruisce un percorso parallelo fatto di kombucha, infusioni, tè, fermentazioni e cocktail pensati per dialogare con ogni piatto.
Il momento più sorprendente arriva alla fine: al tavolo compare un libro illustrato intitolato Alchimia Moderna. Non è una drink list, ma uno strumento per iniziare una conversazione. Scarsi sfoglia le pagine insieme agli ospiti, fa domande, ascolta ricordi, cerca di capire gusti ed emozioni. Da quel dialogo nasce un cocktail che non sarà mai uguale a quello del tavolo accanto.
Insieme al cocktail arriva anche un ultimo gesto: un piccolo origami, un pennello e il vino rimasto nel calice. Quel vino diventa colore e l’origami si trasforma in un ricordo da portare a casa. Un dettaglio semplice, ma perfettamente coerente con tutto il percorso.

La piccola pasticceria servita in giardino
La parte dolce mantiene la stessa eleganza del pranzo. Il dessert dedicato al pistacchio mette insieme yogurt di capra, fichi e capperi: sulla carta potrebbe sembrare un azzardo, nel piatto tutto trova il proprio equilibrio. Dolce, sapido e vegetale si rincorrono senza mai scontrarsi, lasciando una piacevole sensazione di freschezza.
Poi ci si sposta nel giardino: arrivano la piccola pasticceria, un caffè e ancora qualche minuto davanti alle colline, che continuano a rubare lo sguardo esattamente come all’inizio. Il ritmo rallenta, le chiacchiere continuano e viene naturale trattenersi un po’ più del previsto.

Se vale il viaggio fino a Barbaresco?
Negli ultimi anni le Langhe hanno visto nascere molti indirizzi interessanti e distinguersi è diventato sempre più difficile. Visione ci riesce senza inseguire effetti scenografici o piatti costruiti per stupire a ogni costo. La sua forza è la coerenza: il paesaggio dialoga con la tavola, il vino con la cucina, il servizio con il racconto.
Alla fine non si ricordano soltanto i piatti: restano impresse le colline riprodotte nella ceramica, le tre provette delle chiocciole, il cocktail nato da una conversazione, i plin che custodiscono un ricordo di famiglia. È questo che lo rende uno dei progetti gastronomici più interessanti delle Langhe oggi: non cerca di impressionare, cerca di lasciare qualcosa. E quando si esce, ci si accorge che ci è riuscito. Un tatuaggio sul cuore.